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Sanità digitale a una fase decisiva: 2,47 miliardi investiti nel 2024, +12%

Nel 2024 gli investimenti in Sanità digitale sono arrivati a 2,47 miliardi di euro, +12% rispetto al 2023, e l’attuazione delle misure del PNRR sta producendo i primi risultati concreti. Tra questi, oltre alla diffusione di soluzioni per la digitalizzazione degli ospedali e lo sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, la realizzazione delle piattaforme di Telemedicina.

Oggi il 36% dei medici specialisti e il 52% dei Medici di Medicina Generale ha utilizzato servizi di Televisita. E rispettivamente il 30% e il 46%, si è servito di servizi di Telemonitoraggio.
Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con AMD, AME, FADOI, Homnya e SIMFER.

Nelle comunicazioni medico-paziente si usa ancora WhatsApp

Tuttavia, si tratta di un utilizzo ancora sporadico e non strutturato. Anche nella comunicazione con il cittadino-paziente si ricorre ancora spesso a strumenti non dedicati all’ambito sanitario.
Secondo la ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa, oggi 6 cittadini su 10 utilizzano WhatsApp per comunicare con i loro medici, che mediamente impiegano un’ora al giorno alla gestione di queste comunicazioni.

L’uso strutturato di strumenti di comunicazione dedicati permetterebbe di recuperare complessivamente oltre una settimana lavorativa all’anno per ciascun medico.
Il 41% dei cittadini ha già utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico, e tra questi, il 60% ha dato il consenso al trattamento dei dati, mentre un ulteriore 25% è disposto a farlo, soprattutto per poter fornire ai medici una visione completa e aggiornata della storia clinica.

L’uso della AI da parte di specialisti e cittadini

Parallelamente, cresce l’adozione dell’AI, il cui impatto sui processi clinici apre nuove opportunità, ma anche interrogativi sulla gestione dei dati e l’integrazione nella pratica quotidiana.

Oggi il 31% dei cittadini ha già utilizzato strumenti di AI generativa e l’11% lo ha fatto in ambito sanitario, in particolare per la ricerca di informazioni su problemi di salute, farmaci e terapie.
Inoltre, il 26% degli specialisti, il 46% dei Medici di Medicina Generale e il 19% degli infermieri ne ha fatto uso, anche se quasi sempre utilizzando piattaforme generaliste e non dedicate all’uso clinico.

In attesa di una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza

“Nell’ultimo anno si sono registrati importanti sviluppi nell’attuazione del PNRR in ambiti strategici come la Telemedicina, la digitalizzazione degli ospedali, il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’Intelligenza Artificiale in Sanità – dichiara Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma i risultati non bastano a poterne raccogliere i frutti. La pressione sul sistema sanitario non si è attenuata, l’invecchiamento della popolazione, l’elevata incidenza delle cronicità e il fabbisogno di long-term care mettono in luce un disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta. L’uso delle tecnologie digitali in ambito sanitario deve tendere a una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza – aggiunge Corso – che bilanci efficienza, efficacia e soddisfazione”.

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Gen Z e comunicazione: verità, responsabilità e fiducia nell’era digitale

Nell’ambito del seminario ‘Avere vent’anni. Comunicazione responsabile e nuove generazioni. Tra parole e algoritmi: comunicare con etica nell’era digitale’, organizzato da FERPI – e FERPI Emilia-Romagna, Vilma Scarpino, ceo di BVA Doxa, ha presentato una ricerca sulle generazioni più giovani.

La ricerca restituisce una fotografia dettagliata delle opinioni, dei comportamenti e delle aspettative della Gen Z su temi chiave come sostenibilità, Intelligenza artificiale e fiducia nella comunicazione.
Ed evidenzia come per costruire un dialogo fondato su verità, inclusione e responsabilità con le nuove generazioni sia necessario ascoltarle davvero, abbandonando stereotipi e semplificazioni. 

La ricerca rappresenta, quindi, un’occasione per riflettere sul ruolo della comunicazione responsabile nell’ecosistema contemporaneo, e sul rapporto, tutt’altro che scontato, tra le nuove generazioni e i messaggi che le attraversano.

Disposti a premiare le aziende che dimostrano impegno reale

Dalla ricerca emerge una generazione consapevole, attiva e informata. Il 95% dei 14-17enni e il 92% dei 18-34enni ha sentito parlare di ESG (Environmental, Social, Governance), e l’80% considera la sostenibilità una necessità concreta. Tuttavia, i giovani non si accontentano più di dichiarazioni generiche, vogliono coerenza, concretezza, e sono disposti a premiare, anche economicamente, le aziende che dimostrano impegno reale e misurabile.

La sostenibilità è vista non più come un ‘nice to have’, ma come un imperativo  per le aziende, per le Istituzioni e per i cittadini. In particolare, i giovani manifestano attese per un impegno in prima linea da parte delle Istituzioni.
I giovani chiedono trasparenza nella comunicazione e coerenza tra promesse e fatti.

Tecnologia e AI: un rapporto ambivalente

Per i ventenni di oggi la relazione con la tecnologia è ambivalente: il 66% riconosce i benefici dell’Intelligenza artificiale in termini di efficienza, ma il 72% teme che possa superare e sostituire ‘l’umano’.
Manipolazione delle informazioni, perdita di autenticità e disinformazione sono le principali paure segnalate dai Gen Z.

Nonostante la grandissima diffusione, c’è infatti una certa inquietudine verso l’AI, che tocca temi profondi, come la perdita di controllo, le minacce alla privacy, e la manipolazione delle informazioni. È quindi fondamentale sviluppare una cultura critica e consapevole dell’AI, specialmente tra i più giovani.

L’informazione viaggia sui social

I social media (68%) restano il canale informativo privilegiato tra i giovani, confermandosi come il più adatto per comunicare, ma anche eventi e convegni possono giocare un ruolo importante nel coinvolgere il target. Gi eventi dal vivo (33%) si collocano infatti al secondo posto tra i canali utilizzati per informarsi, mentre calano televisione, radio e stampa.

A sorprendere è anche l’approccio finanziario dei giovanissimi. Il 76% dei 14-17enni conosce almeno uno strumento di risparmio, e oltre la metà sarebbe disposta a usarlo per investire in modo responsabile.
Per comunicare efficacemente con questa generazione, e costruire relazioni significative, è quindi essenziale adottare un approccio comunicativo, che combini valori condivisi, innovazione tecnologica e autenticità.

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Vaccini e nuove medicine tra fiducia, comunicazione, educazione scientifica

Tra i cittadini globali emerge una diffusa esitazione nei confronti delle nuove innovazioni biomediche, come i vaccini a mRNA, ma anche verso i vaccini tradizionali.
L’mRNA è un tipo di informazione genetica presente in ogni organismo. Nei vaccini e nelle terapie mediche, l’mRNA fornisce istruzioni al DNA affinché produca proteine specifiche, aiutando il corpo a riconoscere e combattere i virus. Al contrario, i vaccini tradizionali si basano su virus inattivati o indeboliti per sviluppare l’immunità.

Secondo la Worldviews Survey di WIN – Worldwide Independent Network of Market Research e BVA Doxa per l’Italia, a livello globale il 68% delle persone è disposto ad accettare i nuovi sviluppi dei vaccini tradizionali, mentre l’accettazione dei vaccini a mRNA scende al 60%.

In Italia la maggioranza è propensa ai nuovi vaccini

Per un ipotetico nuovo vaccino a mRNA, il 56,2% degli italiani si dichiara propenso, contro il 32,4% che non lo è. In particolare, il 16,6% lo assumerebbe ‘Sicuramente’ e il 12,7% ‘Sicuramente no’. I giovani (18-24 anni) sono i più convinti (‘Sicuramente’ 23,1%), mentre la fascia 45-54 anni è la più resistente (‘Sicuramente no’ 20,3%).
Il Nord Ovest è l’area più favorevole.

Per un nuovo vaccino tradizionale, in Italia la propensione è leggermente superiore: 58,3% disposti e 31,9% no, con i giovani molto propensi (30,2% ‘Sicuramente’), e il Nord Ovest con il picco assoluto di ‘Sicuramente’ (35,1%). In linea con la tendenza globale i dati evidenziano una preferenza degli italiani per i vaccini tradizionali rispetto a quelli a mRNA.

Innovazioni biomediche: l’Italia contribuisce all’incertezza globale

Per i medicinali personalizzati basati sulla genetica, il 43,7% degli italiani è complessivamente a proprio agio e il 26,1% a disagio. Colpisce il 18,6% che ammette esplicitamente di ‘saperne troppo poco’.
I farmaci che interagiscono direttamente con il DNA suscitano maggiore cautela: solo il 35,1% si sente a proprio agio, contro il 33,3% a disagio.
Qui, l’incertezza raggiunge il picco in Italia, con il 20,4% che dichiara di non avere sufficienti conoscenze.

Per i medicinali che interagiscono con i componenti cellulari, i livelli sono intermedi, 38,5% a proprio agio, 31,5% a disagio e 16,7% ammette lacune informative.
Emerge poi una vasta area di persone prive delle conoscenze necessarie per formarsi un parere sulle medicine avanzate.

Vaccini tradizionali

Nonostante i decenni di successi della sanità pubblica, una parte significativa della popolazione mondiale continua a rifiutare i vaccini tradizionali (23%).
Quasi un terzo della popolazione mondiale, dunque, rifiuta o è incerto riguardo ai vaccini tradizionali, un dato tutt’altro che marginale.

Il rifiuto è più diffuso tra chi ha livelli di istruzione più bassi (43%), contro il 24% tra chi possiede una laurea magistrale o un dottorato.

Anche le donne risultano più esitanti, con il 33% che afferma di essere contraria o incerta.
Questi dati dimostrano che la fiducia nei vaccini tradizionali non è acquisita. È perciò necessario un impegno continuo e mirato nella comunicazione pubblica per rafforzarla e mantenerla.

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Pulizie di casa: 19 milioni di uomini le fanno

Sono 19 milioni gli uomini italiani che si occupano personalmente delle faccende domestiche. Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto EMG Different.
Il dato, mediamente pari al 60% del campione maschile, aumenta sensibilmente con le nuove generazioni, tanto è vero che se si guarda alla fascia di età 25-34 anni la percentuale di maschi che si occupano di faccende domestiche arriva a sfiorare l’80%.
Ma quali sono le pulizie domestiche in cui gli uomini si applicano con più frequenza?

Al primo posto, si posiziona spazzare i pavimenti. Un’attività svolta da circa 11 milioni di uomini, pari al 35% del campione intervistato.

Lavare pavimenti sì, stirare no grazie

Altre mansioni spesso eseguite dagli uomini sono caricare e scaricare la lavastoviglie o lavare i pavimenti (8,8 milioni di uomini, pari al 28% del campione).
Continuando a scorrere la graduatoria dei mestieri domestici eseguiti dagli uomini compare lavare a mano le stoviglie (27%), mentre sono 8 milioni coloro che si dedicano a spolverare i mobili (25%).
Di contro, le attività con cui gli uomini si cimentano meno sono stirare (14%), pulire i bagni (18%) e pulire la cucina (20%).
L’indagine però ha scoperto che quando arriva il momento di rassettare la casa in una famiglia su tre si litiga.

Nel 53% dei casi a lamentarsi più spesso sono le donne, perché, a loro dire, quando è l’uomo a fare le pulizie domestiche il risultato non è ‘dei migliori’.

Capitolo spesa ed elettrodomestici

Capitolo spesa. Quando si tratta di comprare prodotti per la pulizia emerge che tra detersivi, spugne, detergenti, igienizzanti e altri materiali per le faccende domestiche il campione maschile spende in media il 62% in più rispetto al campione femminile.
L’indagine ha anche individuato gli elettrodomestici per la pulizia della casa a cui non si può rinunciare. E al primo posto si piazza la lavatrice, oggetto ritenuto irrinunciabile da quasi 9 italiani su 10, seguita, al secondo posto, dalla lavastoviglie, a cui 1 italiano su 3 non può dire di no. Chiude il podio il ferro da stiro (28%).

Quanto costa tenere pulita la casa?

Per calcolare quanto costa tenere pulita la casa, alla spesa per detersivi, spugne e stracci va aggiunta l’energia elettrica utilizzata per alimentare gli elettrodomestici.

Facile.it ha calcolato i consumi dei principali apparecchi e ha scoperto che la spesa in bolletta può arrivare a superare 300 euro l’anno.
Per una lavatrice da 9kg in classe F della nuova etichetta energetica, ad esempio, il costo di ogni ciclo di lavaggio è 25 centesimi. Significa che se si usa la lavatrice tutti i giorni si spendono oltre 90 euro.
Per il ferro da stiro, invece, considerandone uno da 2.200 W, con due ore d’uso a settimana la bolletta annuale arriva a circa 66 euro.
I consumi di un’aspirapolvere invece possono variare notevolmente a seconda del modello, ma considerandone uno da 900 Watt, con due ore d’uso a settimana si spendono circa 14 euro.

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Turismo di lusso: tendenze, preferenze e comportamenti di viaggio per il 2025

Lo rivela il sondaggio annuale di Condé Nast Johansens: anche nel 2025 le destinazioni europee, in particolare il Mediterraneo, restano protagoniste dei viaggi di lusso, insieme a un forte desiderio di esplorare destinazioni internazionali.
Il 91% dei consumatori prevede infatti di viaggiare all’estero, con una netta preferenza per soggiorni di 7-9 notti (37%). E tra le destinazioni più ambite dai viaggiatori internazionali l’Italia continua a esercitare un’attrazione senza tempo, confermandosi una meta di grande fascino.

Il nostro Paese viene scelto dal 26% degli intervistati, preceduto da Regno Unito (50%) e Spagna (30%). Tra le mete più desiderate nel 2025, anche Francia (25%) e Portogallo (16%). 

City break, vacanza al mare o ritiro in campagna?

Tra le esperienze più ricercate si confermano city break (69%), vacanze al mare (58%) e ritiri in campagna (51%), dimostrando un equilibrio tra la voglia di esplorare città cosmopolite e il bisogno di relax immersi nella natura.

I consumatori mostrano poi un marcato interesse per il settore enogastronomico, con il 76% degli intervistati attratto da cibo e bevande. Anche la natura e le attività all’aperto suscitano grande interesse, coinvolgendo il 55% dei consumatori.
Seguono l’arte e la cultura, che affascinano il 48% del pubblico, e il benessere, con il 44% degli intervistati che apprezza esperienze legate a spa e trattamenti rilassanti.

Gli elementi più desiderati: dal letto confortevole alla piscina interna

Quando si parla di viaggi di lusso e benessere, emerge una forte preferenza per strutture indipendenti ed esclusive. Il 60% dei viaggiatori sceglie boutique hotel e resort di lusso. Gli elementi più apprezzati durante il soggiorno includono letti confortevoli (72%), colazione inclusa (69%) e opzioni di ristorazione di qualità (60%). Per chi cerca un’esperienza dedicata al benessere, le strutture più desiderate sono le piscine interne (81%), le vasche idromassaggio (73%) e le saune (68%).

Nel processo di prenotazione, i fattori più determinanti sono il clima e il costo dell’alloggio (67%)
Inoltre, prima di confermare una prenotazione, l’82% dei viaggiatori consulta tra due e cinque siti web, mentre il 70% preferisce finalizzare la prenotazione direttamente sui siti ufficiali degli hotel.

È Instagram il social dei viaggiatori di fascia alta 

Dalla scelta della destinazione fino alla condivisione del soggiorno, i social media rappresentano uno degli strumenti più potenti di influenza, racconto e ispirazione.
Secondo i dati, Instagram si conferma la piattaforma principale per i viaggiatori di fascia alta, con un 69% che lo utilizza per ispirarsi o condividere contenuti legati ai propri viaggi. Seguono Facebook (48%) e TikTok (22%), che registra un incremento costante, in particolare tra le fasce più giovani.

La partecipazione attiva degli utenti si traduce in un elevato livello di engagement: il 36% pubblica contenuti relativi alla struttura, il 30% tagga l’hotel o resort, il 27% scrive recensioni dettagliate, il 22% condivide link, reel o stories menzionando il brand.
Il 21% degli utenti afferma poi di aver scelto una struttura su consiglio di un content creator.

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Italia virtuosa nella raccolta RAEE: i risultati del 2024

Nel 2024 l’Italia ha registrato un aumento del 2,5% nella raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) domestici, raggiungendo un totale di quasi 360mila tonnellate. Il dato emerge dal Rapporto Annuale del Centro di Coordinamento RAEE, che monitora la raccolta nazionale dei sistemi collettivi dei produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Dal 2022, il report include anche la raccolta diretta effettuata dalle aziende di gestione rifiuti nell’ambito di accordi con il CdC RAEE, offrendo una panoramica più completa della situazione nazionale.

Nel corso del 2024, i sistemi collettivi consorziati hanno gestito 358.138 tonnellate di rifiuti elettronici, con un incremento di circa 9.000 tonnellate rispetto all’anno precedente. A questa cifra si aggiungono 964 tonnellate raccolte volontariamente dai singoli consorzi.
Dopo un biennio di calo, il dato conferma una ripresa, trainata soprattutto dai piccoli elettrodomestici e dall’elettronica di consumo. Al contrario, la raccolta di televisori e monitor continua a diminuire, complice la riduzione della sostituzione incentivata dal Bonus TV.

La raccolta media pro capite è salita a 6,07 kg

Grazie all’aumento dei volumi destinati al riciclo, la raccolta media pro capite è salita a 6,07 kg per abitante. Nonostante l’Italia non abbia ancora raggiunto gli obiettivi di raccolta fissati dall’Unione Europea, i progressi indicano che il sistema è in grado di migliorare e adattarsi alle nuove esigenze.

Giuliano Maddalena, presidente del Centro di Coordinamento RAEE, ha sottolineato l’importanza degli investimenti nella microraccolta e nelle campagne di sensibilizzazione, strategie che hanno portato a risultati positivi, in particolare per i piccoli RAEE. Nel 2024, oltre 29 milioni di euro sono stati destinati a iniziative di miglioramento del sistema, compresi finanziamenti per i Comuni.

Piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo i più riciclati

L’elettronica di consumo e i piccoli elettrodomestici hanno registrato la crescita più significativa, con un aumento del 7,5%, per un totale di 82.471 tonnellate. Anche i grandi elettrodomestici hanno mostrato un incremento, con le apparecchiature per il raffreddamento e la refrigerazione in crescita del 3,3% e i grandi bianchi del 4%.

Al contrario, la raccolta di televisori e monitor ha subito un calo del 10,9%, mentre le sorgenti luminose sono rimaste stabili.

I trend geografici

L’analisi regionale mostra un incremento della raccolta in quasi tutte le regioni italiane, con cinque territori che hanno superato il 5% di crescita: Valle d’Aosta, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Basilicata. Solo Molise, Emilia-Romagna e Calabria hanno registrato una diminuzione. A livello di macroaree, il Nord Italia ha guidato la crescita con un aumento del 4,1%, seguito dal Centro con il +1,8%, mentre il Sud ha registrato un lieve calo dello 0,2%.

Le regioni settentrionali si confermano le più virtuose, con un totale di 188.860 tonnellate raccolte, pari al 52,7% del totale nazionale. La Lombardia è prima per volumi raccolti con 67.577 tonnellate, mentre la Valle d’Aosta si distingue per la più alta raccolta pro capite, con 10,34 kg per abitante.

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Auto usate d’importazione: quali rischi per gli acquirenti?

Quando si sceglie di acquistare un’auto usata, spesso l’attenzione si concentra sulle condizioni generali, il chilometraggio e le informazioni fornite dal venditore o dal precedente proprietario.
Un elemento meno considerato è se il veicolo abbia trascorso parte della sua vita all’estero. Un aspetto che però può influire sul valore e sulla sicurezza della vettura.

Secondo un’analisi di Carfax, le vetture di provenienza estera, che rappresentano circa l’11% del totale, hanno in media 9 anni, percorso 120.000 Km e oltre una su tre (36%) ha subito danni o incidenti in passato. Una percentuale nettamente superiore alla media (25%).
Questo aspetto va considerato attentamente, poiché un veicolo con un precedente danneggiamento non solo perde valore economico, ma se non riparato correttamente presenta ridotti livelli di sicurezza.

Occhio al contachilometri manomesso

L’analisi evidenzia poi che nel 5% dei casi le auto d’importazione hanno subito una manomissione al contachilometri, allo scopo di ridurre il conteggio dei chilometri effettivamente percorsi.
Sebbene questa pratica non sia estremamente diffusa, risulta comunque quasi il doppio rispetto alla media delle auto usate  (3%).

Confrontando questa percentuale al parco auto circolante in Italia, che secondo i più recenti dati UNRAE è pari a 40,57 milioni di veicoli, si stima che le vetture di seconda mano ‘schilometrate’ tra quelle importate siano oltre 220.000, e che superino il milione se si considera il totale delle auto presenti sulle strade italiane.

Audi, Mercedes, Bmw le più richieste

In ogni caso, tra le vetture d’importazione i marchi più rappresentati sono quelli tedeschi, con Audi che guida la classifica (17%), seguita da Mercedes (12%) e Bmw (11%). Ai piedi del podio, Fiat (10%) e Volkswagen (9%). Particolarmente significativo il caso di Bmw, per cui quasi un’auto su due (46%) tra quelle che hanno trascorso un periodo all’estero ha subito danni o incidenti in passato.
Quanto ai modelli più frequentemente importati, tra le Audi prevale l’A3, tra le Mercedes la Classe A, tra le Bmw la Serie 1, tra le Fiat la 500 e tra le Volkswagen la Golf.

Una “biografia” lacunosa 

“Le vetture importate presentano percentuali sensibilmente più elevate di manomissioni del chilometraggio o danni pregressi, soprattutto tra i marchi tedeschi – dichiara Marco Arban, direttore Business Development in Europa Carfax -. A questo si aggiunga che a causa delle normative di alcuni Paesi esteri in materia di privacy e altri aspetti, potrebbero esserci lacune nei dati disponibili, rendendo ancora più difficile una valutazione completa dello stato dell’auto”.

Per un acquisto sicuro e consapevole, quindi, è sempre consigliabile ottenere un report sulla storia dell’auto. Ma anche effettuare una prova su strada, e far valutare il veicolo da un meccanico di fiducia.

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Imprese: le aziende più grandi guadagnano terreno, Pmi in difficoltà

Nonostante le piccole imprese rappresentino numericamente la grande maggioranza del nostro sistema produttivo (97,4%), e più della metà dell’occupazione privata (53,8), negli ultimi dieci anni hanno perso peso in termini di fatturato a vantaggio delle medie e grandi aziende.
Secondo alcuni dati emersi nel corso della Conferenza nazionale delle Camere di commercio ‘Verso il futuro’, nell’ambito della fiera FuturaExpo di Brescia, il modello di sviluppo italiano, basato sulla piccola impresa diffusa, appare in difficoltà.

Nel 2012 in Italia le imprese con meno di 49 dipendenti producevano il 49% del fatturato totale delle aziende, mentre nel 2022 il valore scende al 42%.
Dall’altra parte, le medie imprese nel 2012 pesavano per il 20% e nel 2022 per il 22%, mentre le grandi imprese sono passate dal 32% al 37% (dati Censis/Istat).

Uno spostamento della produzione di valore

Questa dinamica suggerisce che il Paese si trovi all’interno di un processo di spostamento della produzione di valore dalle imprese più piccole a quelle più grandi.
In questo nuovo scenario, aumenta l’importanza del ruolo delle Camere di commercio, che hanno nella platea delle piccole imprese il proprio riferimento principale. In primo luogo, per l’innovazione.

A quanto emerge dal Rapporto del Censis ‘La dimensione comunitaria delle Camere di commercio’, l’obiettivo del Sistema camerale può essere quello di rendere l’innovazione accessibile ed efficace per le Piccole e medie imprese, permettendo loro di ottimizzare i processi e incrementare la produttività.

Investimenti in R&S: solo le grandi continuano a crescere

Tra il 2012 e il 2020 gli investimenti in Ricerca e sviluppo sono cresciuti costantemente in rapporto al Pil, sia per il totale dell’economia sia per le imprese, aumentati entrambi dello 0,2%.

Dalla pandemia in poi, tuttavia, mentre gli investimenti in R&S delle grandi imprese hanno continuato a crescere fino a superare 10 miliardi nel 2022 (+8,8% tra il 2019 e il 2022), quelli delle piccole sono scesi a 1,6 miliardi nel 2022 (-41,4% tra il 2019 e il 2022), mentre le medie imprese li hanno ridotti a 2,2 miliardi (-27,9% tra il 2019 e il 2022).

La soluzione? Rafforzare il ruolo delle Camere di Commercio

Il secondo aspetto riguarda invece il potenziale ruolo delle Camere di commercio come facilitatori nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Le analisi mostrano che mediamente la carenza di personale è stata identificata dalle imprese come uno dei fattori a più alto impatto sulla competitività.
Lo ritiene il 24% delle piccole imprese, il 26% delle medie e il 20% delle grandi. 

Rafforzare il ruolo delle Camere di Commercio nella gestione dei fondi pubblici, nella pianificazione degli investimenti e nel sostegno all’internazionalizzazione delle imprese, le renderebbe un hub strategico per la crescita dei territori, l’attrazione degli investimenti e la ‘doppia transizione’ digitale ed ecologica. 

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Più figure manageriali nel settore privato: in aumento la presenza femminile

La presenza di figure manageriali nel settore privato italiano ha registrato un deciso incremento nel 2023, con una crescita complessiva del 2,6%. Questo dato, emerso dal report di Manageritalia basato sugli ultimi dati INPS, evidenzia una dinamica di sviluppo in cui il contributo femminile gioca un ruolo determinante. Infatti, mentre il numero di uomini dirigenti è aumentato dell’1,9%, la componente femminile ha segnato una crescita più marcata, pari al 5,1%.

Le donne sono il 21,9% del totale

Negli ultimi quindici anni, il numero di donne dirigenti è più che raddoppiato, registrando un aumento del 101,5% dal 2008 al 2023. Al contrario, il numero di uomini in posizioni dirigenziali è diminuito del 2,8%.

Nel complesso, la crescita totale dei dirigenti si attesta al 9,6%. Attualmente, le donne rappresentano il 21,9% del totale, un dato in costante crescita rispetto al 21,4% del 2022, al 20,5% del 2021 e al 19,1% del 2020.

Una trasformazione necessaria per il futuro

Marco Ballarè, presidente di Manageritalia, ha sottolineato come questi numeri siano la prova di un progresso in atto, ma anche del fatto che il cammino verso un’effettiva parità di genere è ancora lungo. “Dobbiamo proseguire su questa strada senza esitazioni, adottando politiche e azioni che garantiscano pari opportunità nel management aziendale. Un mondo del lavoro più inclusivo è un vantaggio per tutti: imprese, mercato e società”.

Anche Cristina Mezzanotte, coordinatrice dell’area DEI di Manageritalia, ha ribadito l’importanza di un’inclusione autentica che vada oltre la semplice parità di genere. “Non si tratta solo di una questione etica, ma di un vero e proprio vantaggio competitivo per le aziende. Diversità e inclusione favoriscono benessere, produttività e crescita economica. I manager hanno un ruolo fondamentale nel trasformare questi principi in realtà, creando un contesto lavorativo più equo e redditizio”.

Attività professionali il settore a più alto tasso di crescita

L’aumento della dirigenza è evidente in tutti i settori economici, con una presenza femminile più forte nel terziario (25,8%) rispetto all’industria (16,5%). I comparti con la maggiore crescita sono le Attività professionali (+11,2%), le Costruzioni (+8,3%), l’Alloggio e ristorazione (+5,3%) e il Trasporto e magazzinaggio (+4,5%). Nel terziario privato, settori come la Sanità e l’Assistenza sociale vedono le donne superare numericamente gli uomini tra i dirigenti (52,3%), seguite dall’Istruzione (34,4%) e dalle Altre attività di servizi (28,4%).

A livello geografico, la maggiore concentrazione di donne dirigenti si registra a Milano, con 10.987 professioniste in ruoli apicali, seguita da Roma (5.659) e Torino (1.469). Le province con la più alta percentuale di dirigenti donne si trovano prevalentemente nel Nord Italia.

Un segnale chiaro

L’analisi dei dati di Manageritalia dimostra come, in un contesto economico complesso, la figura del manager sia diventata imprescindibile per la crescita e la competitività delle imprese. In questo scenario, l’apporto delle donne rappresenta un valore aggiunto determinante per affrontare le sfide dei mercati globali. Le aziende che investono nella managerialità, e in particolare nell’inclusione di talenti femminili, si posizionano meglio per innovare e prosperare in un mondo sempre più competitivo.

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Italia bio: modelli di acquisto e prospettive di mercato

Nonostante la complessa congiuntura del momento, con i consumatori che vedono diminuire il potere d’acquisto, l’inflazione ancora in aumento, e la retribuzione media ferma da oltre 20 anni, se non in calo, gli ultimi dati del mercato biologico confermano che in Italia l’attenzione e l’interesse per il comparto restano elevati.

Il mercato del bio cresce infatti anche nel 2024, raggiungendo 5,7 miliardi di euro e segnando un +4,5% rispetto all’anno precedente.
Con 2,46 milioni di ettari destinati a biologico, in crescita del +4,6% rispetto al 2023, e il 19,8% di superficie bio sul totale SAU, l’Italia è in testa al settore europeo. Ma incrementa anche il numero gli operatori attivi (+1,8%), arrivati a circa 94.500 unità.

Il ruolo della Distribuzione Moderna

Questi dati saranno illustrati a Rivoluzione Bio 2025, l’iniziativa realizzata nell’ambito del progetto Being Organic in Eu, promosso da FederBio in collaborazione con Naturland DE e cofinanziato dalla UE
A sostenere la crescita dei consumi è la Distribuzione Moderna, che con un valore complessivo di 2,2 miliardi di euro e un incremento a valore del +4,4% rispetto al 2023 (fonte: NielsenIQ) è il canale di riferimento per gli acquisti bio degli italiani.

La GDO, tra supermercati, ipermercati e discount, rappresenta l’80% del mercato Food in Italia, con una preferenza per supermercati e ipermercati (64,7%), seguiti con distacco dai discount (16,2%, fonte: The European House Ambrosetti). Rilevante poi il ruolo della marca privata (31,5%) che rientra tra le scelte dei consumatori per qualità e prezzo dei prodotti, anche nel segmento bio.

Come cambia la domanda

Oggi, il 93% della popolazione 18-65 anni include consapevolmente almeno un prodotto a marchio biologico nel carrello della spesa (53% nel 2013), per un totale di 24 milioni di famiglie che ‘scelgono il bio’ (13 milioni nel 2012).

Le persone che più facilmente acquistano biologico sono vegetariane e attente alla salute (76%), con figli maggiori di 11 anni (64%), titolo di studio pari o superiore alla laurea (61%) ed età compresa tra 30 e 35 anni (59%).
Sono infatti soprattutto i giovani a voler mangiare sano e sostenibile, nonostante detengano un potere d’acquisto più basso.

Le ragioni della scelta

La preferenza accordata ai prodotti bio, associata alla ricerca di prodotti 100% Made in Italy, di origine locale e certificati all’origine, è riconducibile al desiderio di portare in tavola alimenti e bevande sicuri per la salute, rispettosi dell’ambiente e del benessere animale, ma anche di migliore qualità e migliore gusto.

Ma il biologico orienta i comportamenti di consumo degli italiani anche al di fuori delle mura domestiche. Quasi 8 consumatori su 10 hanno consumato prodotti alimentari biologici anche nelle occasioni fuori casa, ovvero, presso ristoranti, bar o mense, nel corso del 2024.

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