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Italiani espatriati: nel 2024 hanno lasciato il Paese 78mila giovani

È quanto emerge dal Rapporto CNEL “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”: tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia 630mila giovani tra 18 e 34 anni, il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila.

Complessivamente, i giovani andati all’estero nel periodo corrispondono al 7% dei 18-34enni residenti in Italia nel 2024.  E nel solo 2024 i giovani che hanno lasciato il Paese sono stati 78mila, pari al 24% del numero delle nascite.
Inoltre, dal Rapporto CNEL, illustrato in una Guida uscita in edicola con il Sole 24 Ore, nel triennio 2022-2024 tra i giovani emigrati la quota di laureati è pari al 42,1%. Nell’intero periodo era il 33,8%.

Il costo del capitale umano emigrato

Ammonta a circa 160 miliardi di euro il valore del capitale umano uscito dal nostro Paese nel 2011-24.
Si tratta del costo, stimato sul saldo migratorio, sostenuto dalle famiglie e per la sola istruzione dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani emigrati. Le tre regioni con il valore maggiore sono Lombardia (28,4 miliardi), Sicilia (16,7) e Veneto (14,8). In termini di Pil il valore del capitale umano uscito dal Paese nel 2011-24 è pari al 7,5%.

Le prime dieci nazioni verso cui vanno i giovani italiani sono, in ordine alfabetico, Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e USA.

Un esodo non compensato da arrivi equivalenti

Nel 2011-24 sono espatriati in questi Paesi 486mila giovani italiani, e nel medesimo periodo sono arrivati in Italia 55mila giovani cittadini di questi stessi Paesi. Quindi, nove italiani in uscita per uno straniero in entrata.
L’Italia, come tutti i Paesi avanzati, è destinataria di copiosi arrivi di persone originarie di Paesi più poveri. Al tempo stesso partono dal nostro Paese decine di migliaia di giovani cittadini italiani, diretti verso altri Paesi avanzati, senza che da questi stessi Paesi arrivino altrettanti giovani.

Così l’Italia sta perdendo una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata. Un esodo strutturale, non episodico, non compensato da arrivi equivalenti dagli altri sistemi economico-sociali avanzati.

Regno Unito, Germania, Svizzera le nazioni di arrivo

Rendere l’Italia più attrattiva per i giovani vuol dire risolvere i nostri ritardi culturali ed economici e fare quel salto qualitativo che permetterebbe al Paese sia maggiore crescita e sviluppo sia più alti standard di vita per tutti.

Il Rapporto CNEL conferma che i giovani italiani come motivazione per andare via mettono al primo posto le migliori opportunità lavorative, seguite da maggiore efficienza dei sistemi pubblici, riconoscimento dei diritti civili e superiore qualità della vita.
Prima destinazione dei giovani italiani emigrati è il Regno Unito, con una quota pari al 26,5%, seconda la Germania (21,2%), seguita da Svizzera (13,0%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%).

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Green economy, un’economia a misura d’uomo contro le crisi

Emerge dal 16° Rapporto GreenItaly, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne: la nostra capacità nell’avvio a riciclo dei rifiuti totali, sia urbani sia speciali, nel 2023ha raggiunto il 92,6%. Un tasso superiore alla media UE-27 (60%) e a quello delle altre grandi economie europee, come Francia (81,5%), Germania e Spagna (75,5%).
Insomma, nel recupero di materia l’Italia dà il meglio di sé.

Nel riciclo degli imballaggi l’Italia ha raggiunto la quota effettiva del 76,7% (2024). Il dato consolida la leadership europea, già confermata dal raggiungimento con 10 anni di anticipo dell’obiettivo europeo di riciclo complessivo per il 2030.
Le filiere più virtuose sono quelle della carta (92,4%), del vetro (80,3%) e dell’acciaio (86,4%).

Cresce il tasso di riciclo per la plastica bio e tradizionale

La filiera degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, con un tasso di riciclo del 57,8%, è insieme alla plastica tradizionale (50,8%) il settore con il più rapido tasso di crescita.

Inoltre, nel periodo 2019-2024, sono state 578.450 le imprese extra-agricole che hanno effettuato eco investimenti, pari al 38,7% del totale, ovvero, più di 1 impresa su 3. Inoltre, rispetto al 2023 nel 2024 i lavoratori green sono 3.298mila (+4,3%), con una quota sul totale degli occupati pari al 13,8%.

In Lombardia il 17,8% delle imprese eco-investitrici nazionali

Nell’intervallo 2019-2024 la Lombardia conserva il primato nella graduatoria regionale del numero di imprese eco-investitrici (102.730) nel settore dell’industria e dei servizi, pari al 17,8% del totale nazionale. Nelle prime cinque regioni per numero di imprese che hanno effettuato investimenti green si concentra il 53,1% delle imprese che hanno realizzato eco-investimenti. Oltre alla Lombardia, si confermano Veneto (54.970), Lazio (50.960), Campania (50.890) ed Emilia-Romagna (47.640).

Nella graduatoria provinciale continua il testa a testa tra le città metropolitane di Roma e Milano, rappresentative rispettivamente del mondo dei servizi e dell’industria.
Nell’ultima rilevazione la città metropolitana di Roma si riprende il primato, con 39.020 imprese eco-investitrici extra-agricole (erano 36.290 nel 2019-2023), seguita dalla città metropolitana di Milano, con 37.680 imprese green.

Transizione green come misura di competitività, produttività e capacità industriale

“La transizione green non è più soltanto una scelta etica o ambientale: è il nuovo spazio dove si misurano competitività, produttività e capacità industriale dei Paesi – commenta il presidente di Unioncamere, Andrea Prete -. Oggi lo vediamo con chiarezza: le imprese che investono con oculatezza e concretezza in tecnologie net-zero, dall’efficienza energetica ai materiali circolari, dai sistemi fotovoltaici di nuova generazione all’idrogeno, non solo riducono le emissioni ma performano meglio. Le nostre analisi recenti mostrano che le aziende europee che detengono brevetti in tecnologie green strategiche registrano in media un livello di produttività più alto del 17%, rispetto alle altre imprese che hanno sempre brevetti ma non green”.

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Lavoro e calo demografico: previsioni e conseguenze al 2050

Secondo un modello sviluppato dall’Istat, gli italiani in età lavorativa (15-64 anni), subiranno un calo progressivo fino a toccare il -54% nel 2050. Invecchiamento della popolazione e calo delle nascite hanno conseguenze dirette sulla capacità produttiva generale, i sistemi pensionistici e il welfare.

Al contempo, si prevede l’incremento dei tassi di attività. L’allungamento della vita media comporta infatti l’aumento delle persone attive (occupati/disoccupati) oltre 65 anni, e non solo per l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, ma anche per necessità economica.
Si riduce quindi la popolazione che può entrare nel mercato del lavoro una volta superata la fase della formazione. E l’aumento del livello di istruzione ne ritarda a sua volta l’ingresso. 

Gap di genere nella riduzione della popolazione attiva

Dal 2004 al 2024 la quota di popolazione di 15-64 anni sul totale è passata dal 66,7% al 63,5% (-3,2%) e si prevede che scenderà al 54,3% nel 2050 (-9,1% vs 2024).

Nello stesso periodo, per gli uomini la quota di 15-64enni è scesa dal 68,6% al 65,2% e arriverà a 57,1% nel 2050, mentre le donne sono diminuite da 64,9% a 61,8% e raggiungeranno il 51,6% nel 2050.
Sul piano demografico, l’attuale differenza di genere nella popolazione in età attiva si deve al rapporto tra i sessi alla nascita favorevole agli uomini, ma anche a una più elevata componente maschile nelle immigrazioni degli ultimi 20-25 anni.

…e nel tasso di attività

Il tasso di attività totale della popolazione di 15-64 anni è salito invece dal 62,5% del 2004 al 66,6% del 2024, un incremento trainato soprattutto dalla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ma nonostante questi progressi, l’Italia continua a registrare tassi di attività inferiori rispetto ad altri Paesi europei.

Nel 2024 si osserva poi una marcata disparità tra uomini e donne: il tasso di attività maschile si attesta al 75,6%, mentre quello femminile al 57,6%, per un divario del 18%. Nel 2050 il tasso di attività totale potrebbe raggiungere il 73,2%, con un divario comunque significativo, e valori pari al 79,3% per gli uomini e al 66,5% per le donne.

Diminuisce la forza lavoro, ma meno della popolazione inattiva

Nonostante il previsto aumento dei tassi di attività, la dimensione della popolazione attiva subirà un calo, tanto per gli uomini quanto per le donne. I 15-64enni dovrebbero diminuire, dai 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 nel 2050 (-21%), con un calo più marcato per la popolazione femminile.
Gli uomini passeranno dai circa 18,7 milioni (2024) a 15,5 nel 2050 (-17%) e le donne da 18,6 a 14 milioni (-24,4%).

All’interno di questo calo demografico la popolazione attiva subirà una riduzione più contenuta rispetto a quella complessiva. I maschi attivi scenderanno da 14,1 a 12,3 milioni, mentre le donne attive da 10,7 a 9,3 milioni (-13% entrambi).
A subire la diminuzione più pronunciata sarebbero quindi gli individui non attivi, soprattutto donne, la cui popolazione scenderebbe da 7,9 a 4,7 milioni (-40,3%). 

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Giovani e salute mentale: i social distorcono l’autopercezione

A confermarlo è la ricerca dal titolo Salute Mentale 2025, realizzata da Doxa con particolare attenzione ai giovani. La costante esposizione digitale influenza profondamente l’autopercezione tra le ragazze e i ragazzi. Il risultato è una crescente pressione a mostrarsi perfetti. Per più di un giovane su due (53%) il proprio benessere mentale è condizionato dall’obbligo di apparire sempre al meglio.

A tre anni dall’ultima rilevazione (2022) i dati mostrano infatti un forte impatto dei social media sulla salute mentale, soprattutto tra i ragazzi e le ragazze di età compresa fra 18 e 34 anni, nonché un peggioramento dei pregiudizi verso chi ha disturbi mentali.
Non è caso che oggi Instagram sia utilizzato ogni giorno dall’84% dei giovani, con una consultazione ripetuta più volte al giorno nel 77% dei casi. 

Le nuove generazioni si riconoscono nell’immagine che proiettatano online

Si parla sempre più spesso di Mental Health, un tema che assume crescente rilevanza poiché l’esposizione prolungata ai social aumenta fragilità e insicurezze tra le nuove generazioni.

Il 44% dei giovani pensa infatti che “siamo ciò che mostriamo”, il 59% pubblica solo il meglio di sé, il 57% si riconosce nell’immagine che proietta online, il 77% ritiene che sui social “tutti finiscano per sembrare uguali”.
Il 45% di loro è anche influenzato dai commenti e dai like ricevuti su Instagram, e il 67% pensa che mostrarsi per ciò che si è faccia apparire “strani”. 

Aumenta lo stigma e la diversità è considerata un rischio

Inoltre, il 59% considera la diversità un rischio e il 49% teme di essere giudicato se si mostra diverso. Timore del giudizio e perdita del senso di autenticità sono evidenti. Nel campione nazionale di mille persone tra 18 e 65 anni, le persone con disagio psichico vengono considerate più pericolose per sé (dal 65% nel 2022 al 72%) e per gli altri (dal 48% al 55%). E aumenta anche la quota di chi le giudica più aggressive e violente (dal 55% al 63%) e meno rispettose delle regole (dal 49% al 55%).

La vergogna di ammettere un disturbo psichico

Particolarmente allarmante è la percezione di vulnerabilità dei giovani tra 14 e 24 anni, ritenuti “più a rischio” dal 47% degli intervistati (contro il 39% del 2022).

Resta poi alta la diffidenza: cala la fiducia nella curabilità delle malattie mentali (dal 66% al 60%) e oltre un terzo degli italiani (36%) si vergognerebbe di ammettere un disturbo psichico.
Qualche segnale positivo, però, c’è: diminuisce il numero di chi preferirebbe non confidarsi con nessuno in caso di disturbo mentale (dall’8% al 2%) dimostrando un’apertura al dialogo.

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Economia circolare: i dazi non spaventano le imprese che investono in sostenibilità

Lo conferma la IV edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2025, realizzata da Eumetra per Haiki+ e Innovatec: per un’azienda su due l’inflazione e i dazi avranno un impatto poco significativo sugli investimenti green, tanto che il 20% degli imprenditori italiani prevede di aumentarli.

Di fatto, nel 2025 il 72% delle imprese ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità ambientale, economia circolare o efficienza energetica (+3% vs 2024).
Insomma, tensioni geopolitiche, incertezza legata ai dazi e aumento di costi energetici e materie prime non rallentano il passo agli investimenti in sostenibilità. 

I progetti green sono una fonte di valore

La portata degli investimenti conferma questa tendenza. Un’azienda su due destina tra l’1% e il 5% del fatturato ad azioni sostenibili, con un coinvolgimento diffuso anche tra le realtà di dimensioni più contenute. Questo impegno, pur nella gradualità, segna un’evoluzione concreta verso modelli produttivi più  circolari.

Tra le aree di maggiore investimento emerge l’efficienza energetica (65% delle imprese), ma il vero balzo lo registra l’economia circolare: dal 16% del 2023 al 27% nel 2025. Le pratiche più diffuse? Riciclo degli scarti di produzione (82 %) e l’uso di materiali riciclati (77 %).
Quasi tutte le imprese vedono nei progetti green una fonte di valore: il 77% si aspetta benefici sul proprio business e il 55% li ha già ottenuti.

Anche la reputazione conta

Risparmi sui costi grazie a una maggiore efficienza (70%), miglioramento della redditività (31%) e più facile accesso al credito (20%) sono i vantaggi più immediati. Ma alcune imprese hanno già segnalato effetti positivi su finanziamenti dedicati (11%) o sul rating finanziario (9%).

Non meno rilevante l’aspetto reputazionale: per il 60% delle imprese la propria immagine è migliorata, anche se il 70% si aspettava un impatto ancora maggiore.
Ma la sostenibilità non è solo una scelta etica, è anche un acceleratore di innovazione. (72%), e i criteri ESG vengono considerati strategici dal 66% delle imprese, a conferma di un cambio di prospettiva che integra ambiente, società e governance nelle decisioni di investimento.

Mancano piani industriali strutturati

Le principali barriere sono costi elevati e scarsa disponibilità di incentivi, oltre a una normativa giudicata complicata o inadeguata da 4 aziende su 10.
Quanto al tema delle competenze nel 2023 riguardava quasi la metà delle imprese, mentre oggi interessa una su 4. Un segnale positivo, anche se resta ancora molto da fare.

Altro punto debole è la mancanza di piani industriali strutturati. Solo il 16% delle piccole imprese e il 35% delle medie-grandi ha definito obiettivi chiari e misurabili in materia di sostenibilità.
Più della metà delle imprese (57%), poi, considera il PNRR un’opportunità, ma nella pratica l’accesso resta complesso. Il 54% non ha presentato domanda perché i progetti non rientravano nelle aree prioritarie, e solo il 4% ha ottenuto finanziamenti.

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Per gli italiani residenti nei centri storici l’accesso alle attività commerciali è difficoltoso

Lo ha affermato Unioncamere nel corso dell’Audizione sulla Proposta di legge “Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici” presso la decima Commissione (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati: in Italia esiste un problema di disuguaglianza territoriale nell’accesso ai beni essenziali, con implicazioni dirette per la popolazione anziana, le famiglie prive di automobile e le persone fragili.

Solo il 44,1% della popolazione può infatti accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35,4% a una pescheria, il 59,7% a un fruttivendolo e il 61,4% a un supermercato.
I dati sono stati elaborati dal Centro studi Tagliacarne nell’ambito del progetto Urban Pulse 15.

Supporto ai Comuni nell’individuare le zone sottoposte ad autorizzazione

Unioncamere, che condivide gli obiettivi di preservazione e rigenerazione del tessuto commerciale nei centri storici, ha sottolineato la necessità che le nuove proposte si integrino con la legislazione esistente, evitando sovrapposizioni che potrebbero generare complessità e incoerenze.

A questo scopo, “le Camere di commercio sono disponibili a supportare i Comuni nella definizione degli elenchi delle zone commerciali sottoposte ad autorizzazione – ha sottolineato il vice segretario generale di Unioncamere, Tiziana Pompei -, nonché nella definizione delle procedure di rilascio dell’autorizzazione, anche in considerazione del ruolo attribuito alle Camere di commercio nella gestione dello sportello unico per le attività produttive (SUAP)”.

Divario più marcato per negozi di elettronica, cultura, abbigliamento

I finanziamenti previsti dovrebbero essere orientati a progetti condivisi pubblico-privato, e la misura estesa a tutti i comuni, anche quelli con una popolazione superiore a 5.000 abitanti, prevedendo che il fondo possa sostenere interventi anche per recuperare i locali sfitti.
A fine 2024, nel nostro Paese si contavano 5.523 comuni con al massimo 5.000 residenti, per un totale di oltre 9,6 milioni di abitanti.

Tuttavia, l’accesso ai servizi commerciali essenziali risulta fortemente disomogeneo. La densità di unità locali del commercio al dettaglio nei piccoli comuni è di 9,24 ogni 1.000 abitanti, con un ritardo del 12,8% rispetto alla media nazionale. Il divario è particolarmente marcato nei settori dell’elettronica, degli articoli culturali e dell’abbigliamento.

In 425 comuni mancano gli “alimentari”

In 206 comuni (di cui 205 con meno di 1.000 abitanti) non è presente alcun esercizio di commercio al dettaglio, coinvolgendo circa 51.200 persone. In questi territori l’indice di vecchiaia, pari a 302,8 over64 ogni 100 under15, è superiore del 46% rispetto alla media nazionale. E 425 comuni risultano privi di esercizi alimentari, con un impatto su quasi 170mila abitanti, caratterizzati da un indice di vecchiaia pari a 276,0, (+32,9% rispetto
alla media).

In 1.124 comuni (oltre 630mila residenti in totale) è poi presente al massimo un’attività commerciale alimentare. L’indice di vecchiaia in questi comuni raggiunge il valore di 266,1, superiore del 28,1% rispetto alla media nazionale.

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Economia circolare: il 74% delle aziende agricole adotta almeno una pratica

Incrementare il reddito per gli agricoltori, rendere il settore più attrattivo, soddisfare una domanda alimentare in crescita e far fronte all’aumento dei costi sono alcune sfide economiche, sociali e ambientali che il mondo agricolo italiano oggi deve affrontare.
Al contempo, è necessario ridurre le pressioni sul suolo, tutelare le risorse idriche e la biodiversità, adattarsi a condizioni ambientali sempre più estreme e imprevedibili contrastando le perdite agricole e gli sprechi alimentari.

In questo contesto in Italia l’adesione alle strategie circolari è già alta.
Il 74% delle aziende agricole italiane con una forma giuridica più strutturata adotta infatti almeno una pratica circolare.
Emerge dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano.

Un utilizzo rigenerativo delle risorse

Le pratiche circolari si basano sull’uso sostenibile e rigenerativo delle risorse naturali per prevenirne l’esaurimento e ridurne lo spreco.
Le pratiche rigenerative, come agricoltura integrata, conservativa, tutela della biodiversità o mantenimento degli ecosistemi, sono quelle più adottate (53% dei casi).

La ricerca evidenzia poi gli input produttivi circolari, che riguardano l’uso di materie prime ricavate da scarti di processo, l’acqua riutilizzata e l’energia da fonti rinnovabili (48%) e la valorizzazione delle eccedenze di produzione, inclusi il recupero, la donazione e la ri-trasformazione (38%), oltre alla valorizzazione degli scarti e delle biomasse come materie prime nell’industria, nei fertilizzanti agricoli o in altre applicazioni (33%).

I modelli di filiera corta

L’adozione di pratiche circolari avviene con modalità differenti a seconda della dimensione aziendale, anche se le distanze sono inferiori rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare.
Sono infatti presenti nell’82% delle imprese molto grandi, nel 77% delle grandi, nel 76% delle medie e nel 73% delle piccole.

Dalla produzione alla distribuzione, nella transizione sostenibile dei sistemi alimentari una delle strade percorribili è quella dei modelli di filiera corta, che fanno leva sulla prossimità geografica, relazionale e informativa.
Oggi i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) si configurano come possibile alternativa ai canali distributivi tradizionali. I consumatori li prediligono per la maggiore attenzione ai valori etici e sostenibili, ma la GDO continua a dare maggiori garanzie dal punto di vista del risparmio e della facilità d’acquisto.

Packaging: è davvero nemico dell’ambiente?

Al centro del dibattito sulla sostenibilità c’è anche il packaging alimentare, considerato uno dei grandi nemici dell’ambiente.

Ma è tutt’altro che semplice giudicarne l’impatto ambientale. Non si possono, infatti, considerare solo i rifiuti che genera, ma anche le funzioni di protezione, conservazione, trasporto e comunicazione del cibo, nonché il contributo alla riduzione degli sprechi alimentari.
Oggi è fondamentale ripensare l’imballaggio dei prodotti alimentari in chiave circolare, tracciabile e sostenibile, conciliando la tutela ambientale con la riduzione degli sprechi e la qualità del prodotto.

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Sanità digitale a una fase decisiva: 2,47 miliardi investiti nel 2024, +12%

Nel 2024 gli investimenti in Sanità digitale sono arrivati a 2,47 miliardi di euro, +12% rispetto al 2023, e l’attuazione delle misure del PNRR sta producendo i primi risultati concreti. Tra questi, oltre alla diffusione di soluzioni per la digitalizzazione degli ospedali e lo sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, la realizzazione delle piattaforme di Telemedicina.

Oggi il 36% dei medici specialisti e il 52% dei Medici di Medicina Generale ha utilizzato servizi di Televisita. E rispettivamente il 30% e il 46%, si è servito di servizi di Telemonitoraggio.
Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con AMD, AME, FADOI, Homnya e SIMFER.

Nelle comunicazioni medico-paziente si usa ancora WhatsApp

Tuttavia, si tratta di un utilizzo ancora sporadico e non strutturato. Anche nella comunicazione con il cittadino-paziente si ricorre ancora spesso a strumenti non dedicati all’ambito sanitario.
Secondo la ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa, oggi 6 cittadini su 10 utilizzano WhatsApp per comunicare con i loro medici, che mediamente impiegano un’ora al giorno alla gestione di queste comunicazioni.

L’uso strutturato di strumenti di comunicazione dedicati permetterebbe di recuperare complessivamente oltre una settimana lavorativa all’anno per ciascun medico.
Il 41% dei cittadini ha già utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico, e tra questi, il 60% ha dato il consenso al trattamento dei dati, mentre un ulteriore 25% è disposto a farlo, soprattutto per poter fornire ai medici una visione completa e aggiornata della storia clinica.

L’uso della AI da parte di specialisti e cittadini

Parallelamente, cresce l’adozione dell’AI, il cui impatto sui processi clinici apre nuove opportunità, ma anche interrogativi sulla gestione dei dati e l’integrazione nella pratica quotidiana.

Oggi il 31% dei cittadini ha già utilizzato strumenti di AI generativa e l’11% lo ha fatto in ambito sanitario, in particolare per la ricerca di informazioni su problemi di salute, farmaci e terapie.
Inoltre, il 26% degli specialisti, il 46% dei Medici di Medicina Generale e il 19% degli infermieri ne ha fatto uso, anche se quasi sempre utilizzando piattaforme generaliste e non dedicate all’uso clinico.

In attesa di una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza

“Nell’ultimo anno si sono registrati importanti sviluppi nell’attuazione del PNRR in ambiti strategici come la Telemedicina, la digitalizzazione degli ospedali, il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’Intelligenza Artificiale in Sanità – dichiara Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma i risultati non bastano a poterne raccogliere i frutti. La pressione sul sistema sanitario non si è attenuata, l’invecchiamento della popolazione, l’elevata incidenza delle cronicità e il fabbisogno di long-term care mettono in luce un disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta. L’uso delle tecnologie digitali in ambito sanitario deve tendere a una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza – aggiunge Corso – che bilanci efficienza, efficacia e soddisfazione”.

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Vaccini e nuove medicine tra fiducia, comunicazione, educazione scientifica

Tra i cittadini globali emerge una diffusa esitazione nei confronti delle nuove innovazioni biomediche, come i vaccini a mRNA, ma anche verso i vaccini tradizionali.
L’mRNA è un tipo di informazione genetica presente in ogni organismo. Nei vaccini e nelle terapie mediche, l’mRNA fornisce istruzioni al DNA affinché produca proteine specifiche, aiutando il corpo a riconoscere e combattere i virus. Al contrario, i vaccini tradizionali si basano su virus inattivati o indeboliti per sviluppare l’immunità.

Secondo la Worldviews Survey di WIN – Worldwide Independent Network of Market Research e BVA Doxa per l’Italia, a livello globale il 68% delle persone è disposto ad accettare i nuovi sviluppi dei vaccini tradizionali, mentre l’accettazione dei vaccini a mRNA scende al 60%.

In Italia la maggioranza è propensa ai nuovi vaccini

Per un ipotetico nuovo vaccino a mRNA, il 56,2% degli italiani si dichiara propenso, contro il 32,4% che non lo è. In particolare, il 16,6% lo assumerebbe ‘Sicuramente’ e il 12,7% ‘Sicuramente no’. I giovani (18-24 anni) sono i più convinti (‘Sicuramente’ 23,1%), mentre la fascia 45-54 anni è la più resistente (‘Sicuramente no’ 20,3%).
Il Nord Ovest è l’area più favorevole.

Per un nuovo vaccino tradizionale, in Italia la propensione è leggermente superiore: 58,3% disposti e 31,9% no, con i giovani molto propensi (30,2% ‘Sicuramente’), e il Nord Ovest con il picco assoluto di ‘Sicuramente’ (35,1%). In linea con la tendenza globale i dati evidenziano una preferenza degli italiani per i vaccini tradizionali rispetto a quelli a mRNA.

Innovazioni biomediche: l’Italia contribuisce all’incertezza globale

Per i medicinali personalizzati basati sulla genetica, il 43,7% degli italiani è complessivamente a proprio agio e il 26,1% a disagio. Colpisce il 18,6% che ammette esplicitamente di ‘saperne troppo poco’.
I farmaci che interagiscono direttamente con il DNA suscitano maggiore cautela: solo il 35,1% si sente a proprio agio, contro il 33,3% a disagio.
Qui, l’incertezza raggiunge il picco in Italia, con il 20,4% che dichiara di non avere sufficienti conoscenze.

Per i medicinali che interagiscono con i componenti cellulari, i livelli sono intermedi, 38,5% a proprio agio, 31,5% a disagio e 16,7% ammette lacune informative.
Emerge poi una vasta area di persone prive delle conoscenze necessarie per formarsi un parere sulle medicine avanzate.

Vaccini tradizionali

Nonostante i decenni di successi della sanità pubblica, una parte significativa della popolazione mondiale continua a rifiutare i vaccini tradizionali (23%).
Quasi un terzo della popolazione mondiale, dunque, rifiuta o è incerto riguardo ai vaccini tradizionali, un dato tutt’altro che marginale.

Il rifiuto è più diffuso tra chi ha livelli di istruzione più bassi (43%), contro il 24% tra chi possiede una laurea magistrale o un dottorato.

Anche le donne risultano più esitanti, con il 33% che afferma di essere contraria o incerta.
Questi dati dimostrano che la fiducia nei vaccini tradizionali non è acquisita. È perciò necessario un impegno continuo e mirato nella comunicazione pubblica per rafforzarla e mantenerla.

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Auto usate d’importazione: quali rischi per gli acquirenti?

Quando si sceglie di acquistare un’auto usata, spesso l’attenzione si concentra sulle condizioni generali, il chilometraggio e le informazioni fornite dal venditore o dal precedente proprietario.
Un elemento meno considerato è se il veicolo abbia trascorso parte della sua vita all’estero. Un aspetto che però può influire sul valore e sulla sicurezza della vettura.

Secondo un’analisi di Carfax, le vetture di provenienza estera, che rappresentano circa l’11% del totale, hanno in media 9 anni, percorso 120.000 Km e oltre una su tre (36%) ha subito danni o incidenti in passato. Una percentuale nettamente superiore alla media (25%).
Questo aspetto va considerato attentamente, poiché un veicolo con un precedente danneggiamento non solo perde valore economico, ma se non riparato correttamente presenta ridotti livelli di sicurezza.

Occhio al contachilometri manomesso

L’analisi evidenzia poi che nel 5% dei casi le auto d’importazione hanno subito una manomissione al contachilometri, allo scopo di ridurre il conteggio dei chilometri effettivamente percorsi.
Sebbene questa pratica non sia estremamente diffusa, risulta comunque quasi il doppio rispetto alla media delle auto usate  (3%).

Confrontando questa percentuale al parco auto circolante in Italia, che secondo i più recenti dati UNRAE è pari a 40,57 milioni di veicoli, si stima che le vetture di seconda mano ‘schilometrate’ tra quelle importate siano oltre 220.000, e che superino il milione se si considera il totale delle auto presenti sulle strade italiane.

Audi, Mercedes, Bmw le più richieste

In ogni caso, tra le vetture d’importazione i marchi più rappresentati sono quelli tedeschi, con Audi che guida la classifica (17%), seguita da Mercedes (12%) e Bmw (11%). Ai piedi del podio, Fiat (10%) e Volkswagen (9%). Particolarmente significativo il caso di Bmw, per cui quasi un’auto su due (46%) tra quelle che hanno trascorso un periodo all’estero ha subito danni o incidenti in passato.
Quanto ai modelli più frequentemente importati, tra le Audi prevale l’A3, tra le Mercedes la Classe A, tra le Bmw la Serie 1, tra le Fiat la 500 e tra le Volkswagen la Golf.

Una “biografia” lacunosa 

“Le vetture importate presentano percentuali sensibilmente più elevate di manomissioni del chilometraggio o danni pregressi, soprattutto tra i marchi tedeschi – dichiara Marco Arban, direttore Business Development in Europa Carfax -. A questo si aggiunga che a causa delle normative di alcuni Paesi esteri in materia di privacy e altri aspetti, potrebbero esserci lacune nei dati disponibili, rendendo ancora più difficile una valutazione completa dello stato dell’auto”.

Per un acquisto sicuro e consapevole, quindi, è sempre consigliabile ottenere un report sulla storia dell’auto. Ma anche effettuare una prova su strada, e far valutare il veicolo da un meccanico di fiducia.

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