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Moda etica: le aziende sopravvalutano il loro impegno green

Quali sono le pratiche rilevanti in ambito sostenibilità per un brand di moda? Lo spiega Cikis nel suo Report Moda e Sostenibilità 2022, che raccoglie insight qualitativi e dati strutturati di 48 brand e 47 aziende della filiera italiana della moda con fatturato superiore a 1 milione di euro. Dall’analisi emerge però che oggi fare la raccolta differenziata e cambiare packaging non è più sufficiente. Sono pratiche che se non associate ad altri cambiamenti hanno poco peso sull’impatto ambientale e sociale complessivo. Se infatti da un lato aumentano le aziende di moda che investono in scelte green, dall’altro nel 2022 diminuiscono del -15,2% quelle che si trovano a un livello avanzato di sostenibilità. 

Una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali

Inizia a emergere una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali: il 48% delle aziende dichiara di aver introdotto o incrementato l’utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale o che tutelano i diritti sociali, ma solo il 16,8% li ha integrati per più del 75% sulla collezione totale, e il 47,4% li ha introdotti per meno del 25%. Ancora poco sentita poi è l’importanza dell’economia circolare, citata come priorità solo dal 7,4% delle aziende, e pochissime (2%) investono in compensazione delle emissioni. Se però si parla di tutela dei lavoratori e welfare aziendale la sensibilità è in aumento. Gli investimenti in ambito sociale salgono al 40% (+66,7% rispetto al 2021).

Una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità

Il 60% delle aziende però ha una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità, e il 22,1% si sopravvaluta. Se l’autovalutazione media delle aziende di livello base sul proprio operato green nel 2021 si attestava a 4,5 punti su 10, quest’anno è salita a 6 su 10. Per queste aziende c’è un alto rischio greenwashing, dovuto appunto alla sopravvalutazione della rilevanza delle pratiche implementate. Un esempio virtuoso è invece rappresentato dalle grandi aziende, che registrano una maggiore percentuale di pratiche rilevanti per via di maggiori disponibilità finanziarie e filiere molto più complesse. In queste aziende infatti è presente un team dedicato alla transizione sostenibile, in grado di gestire un numero maggiore di pratiche sostenibili e con maggiore efficacia.

Investire green genera un ritorno positivo

Il 63% delle aziende dichiara che le scelte green sono state un investimento che ha generato un ritorno positivo. Di queste, il 59% ha ottenuto il ritorno economico entro tre anni dall’implementazione delle nuove norme. La percentuale di aziende che dichiara un ritorno positivo aumenta drasticamente fra quelle che hanno scelto di rivolgersi a esperti e consulenti di sostenibilità: avere accesso a competenze esterne permette di ottenere con maggiore probabilità benefici economici, o di immagine, che superano l’investimento effettuato. L’81% delle aziende che si sono affidate a consulenti esterni ha infatti ottenuto un ritorno positivo dell’investimento, riuscendo anche a raggiungere alti livelli di sostenibilità con maggiore facilità. Ma solo il 16,3% delle aziende che si affida a consulenti specializzati si trova a un livello base.

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Ambiente, Italia virtuosa: gli obiettivi 2030 sempre più vicini

Ci sono ottime indicazioni sul fatto che il nostro Paese possa centrare, se non addirittura migliorare, gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea previsti dal piano 2030. È quanto emerge da uno studio Enea pubblicato sulla rivista scientifica Atmosphere, che ha valutato l’efficacia delle politiche e delle misure per la qualità dell’aria, introdotte dall’attuale Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico del Ministero della Transizione Ecologica. Entro il prossimo decennio con le misure previste dal Piano, il nostro Paese potrà centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea per biossido di zolfo (-80% contro un target Ue del 71%), ossidi di azoto (-70%, target Ue 65%), PM2.5 (-42%, target Ue 40%), Composti Organici Volatili Non Metanici (-50% target Ue 46%) e ammoniaca (-17% target Ue 16%). In questo modo, si potranno garantire benefici in termini di salute (-50% di decessi rispetto al 2010) ed economici (33 miliardi di euro risparmiati rispetto allo stesso anno).

I settori che possono contribuire di più

Secondo l’analisi svolta dal team dell’Agenzia, al 2030 la riduzione delle emissioni di biossido di zolfo sarà trainata da alcuni comparti, in particolare quello marittimo (-89% rispetto ai valori del 2010) e della produzione di energia (-59%). È previsto un forte calo anche per le emissioni degli ossidi di azoto, soprattutto nel settore del trasporto su strada (-74%) e della generazione elettrica (-46%). Sul fronte del PM2.5, il settore che fornirà il maggiore contributo in termini di abbattimento delle emissioni di particolato ultrafine è il settore civile (-46%) che continuerà a mantenere il primato per tali emissioni al 2030. L’ammoniaca rimane l’inquinante con le riduzioni più basse (-9% rispetto ai valori del 2010), un risultato ottenuto soprattutto grazie al minore impiego di fertilizzanti a base di urea nel settore agricolo e delle emissioni zootecniche.

Un mondo più sano

Sul fronte della salute pubblica, l’adozione di politiche e misure di qualità dell’aria, con interventi nei settori energetico, civile, agricolo e della mobilità, potrebbe portare ad una drastica riduzione della mortalità causata da patologie aggravate o sviluppate per effetto dell’inquinamento dell’aria. In particolare, il calo delle concentrazioni di biossido di azoto potrebbe portare a una riduzione della mortalità rispetto al 2010 del 93% (793 casi rispetto agli 11.769 stimati nel 2010), a seguire il PM2.5 con il 41% di decessi in meno (34.666 casi rispetto ai 58.867 del 2010) e l’ozono (O3) con il 36% di morti evitate (1.725 casi rispetto 2.692 del 2010). “Interessante è il dato per il PM2.5: secondo le nostre simulazioni, al 2030 i decessi dovrebbero scendere a 4,43 casi ogni 10 mila abitanti rispetto ai 7,25 del 2010 e la riduzione più significativa, a livello regionale, si verificherebbe soprattutto nella Pianura Padana e nelle aree urbane di Firenze, Roma e Napoli” afferma Ilaria D’Elia, ricercatrice del laboratorio Enea Inquinamento Atmosferico e co-autrice dello studio.

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Trasloco che stress: l’8% di chi fa da solo si pente

Il trasloco è un evento stressante e faticoso a cui ognuno di noi va incontro almeno una volta nella vita. Ma come lo fanno i nostri connazionali? Da soli, con l’aiuto di professionisti, lasciando l’incombenza a società specializzate? Per la grandissima parte gli italiani si arrangiano, come evidenzia una recente indagine condotta per Facile.it dall’istituto EMG Different su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

Fai da te per quasi 10 milioni di italiani

Degli oltre 15 milioni di italiani che negli ultimi 5 anni hanno affrontato un trasloco, il 61% lo ha fatto senza ricorrere all’aiuto di una ditta e, fra loro, il 68% ha preso questa decisione per ragioni economiche, ma fra i traslocatori “fai da te” oltre 700mila (8%) hanno dichiarato di essersi pentiti. I dati emergono dall’indagine realizzata per Facile.it in occasione del lancio della sezione Trasloco che segna l’ingresso del comparatore in un nuovo settore.
Per quali motivi si è scelto di farlo in autonomia? E perché ci si è pentiti? Secondo l’indagine, il tempo impiegato mediamente per traslocare è di 7 giorni, mentre i mesi preferiti per mettere mano a pluriball e scatoloni sono maggio, (14%), aprile e giugno (12%), e settembre (11%). Guardando all’ultimo trasloco fatto, per il 28% dei rispondenti lo ha fatto per spostarsi da una casa in affitto a una di proprietà.
«Quando si cambia casa,» spiega Stefano Arossa, responsabile della sezione Trasloco di Facile.it «le cose a cui pensare sono tantissime, lo stress arriva alle stelle e per risparmiare qualche euro si rischia di fare scelte delle quali, poi, ci si pente. Proprio per questo abbiamo creato un servizio gratuito che guidi gli utenti, non solo nella gestione e nell’organizzazione del trasloco, ma anche nell’attivazione delle utenze di luce, gas ed internet, aiutandoli a risparmiare, senza dover però rinunciare all’aiuto di professionisti».

Le criticità di fare tutto da soli
Tra chi ha deciso di non rivolgersi ad una ditta specializzata, l’attività più problematica è stata fare gli scatoloni (36%) e trasportarli dalla vecchia alla nuova abitazione (32%). Ma tanti, 2,9 milioni (31%), anche coloro che hanno trovato difficoltà nell’attivare o cambiare le utenze domestiche.
Circa 1 rispondente su 3 (33%) ha avuto almeno un inconveniente, percentuale che raggiunge il 44% fra coloro che hanno svolto un trasloco completo, con anche, quindi, lo spostamento dei mobili. Tra i contrattempi più diffusi c’è la perdita di alcuni oggetti durante il trasporto (15%) e l’aver danneggiato quanto spostato (12%); l’8%, invece, ha ammesso di aver addirittura…litigato con i nuovi vicini prima ancora di essere entrato in casa!

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La classifica delle Università italiane

Per supportare l’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria, ogni anno il Censis elabora la Classifica delle Università italiane, un’analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei relativamente a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. Complessivamente si tratta di 69 graduatorie, a partire da 924 variabili considerate, che possono aiutare i giovani e le famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione.

Mega atenei statali e grandi atenei statali 

La prima posizione tra i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti) è occupata anche quest’anno dall’Università di Bologna, con un punteggio complessivo di 89,8, seguita dall’Università di Padova e La Sapienza di Roma (rispettivamente 88,0 e 86,5 punti), dall’Università di Pisa (85,2), l’Università di Firenze (84,3), l’Università Statale di Milano (82,7), l’Università di Palermo, ex aequo con l’Università di Torino (80,8), l’Università di Bari (80,2) e la Federico II di Napoli (72,3). La posizione di vertice tra i grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti) è occupata dall’Università di Pavia (91,0 punti), seguita dall’Università di Perugia, (90,8), l’Università della Calabria e l’Università di Venezia Ca’ Foscari (90,3 e 88,7), l’Università di Milano Bicocca e l’Università di Cagliari (88,5 e 87,8). Chiudono la classifica l’Università di Roma Tre (78,8), l’Università di Catania (78,3) e di Messina (75,8).

Medi atenei statali

Apre la classifica dei medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti) l’Università di Siena (96,7), che guadagna la prima posizione detenuta lo scorso anno dall’Università di Trento (94,8), scesa in terza posizione a causa della perdita di 10 punti nell’indicatore relativo all’occupabilità, e preceduta dall’Università di Sassari (96,0), che guadagna una posizione grazie all’incremento di 15 punti nell’indicatore relativo a borse di studio e altri servizi in favore degli studenti. Stabile in quarta posizione l’Università di Trieste (94,5), che precede l’Università di Udine (94,0), l’Università Politecnica delle Marche (91,2), l’Università di Brescia (88,5), l’Università del Salento (87,0), l’Università di Urbino Carlo Bo (84,8), l’Università dell’Insubria (83,3). Chiude il ranking l’Università di Napoli Parthenope (77,3).

Piccoli atenei statali, politecnici, atenei non statali

Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) l’Università di Camerino occupa la prima posizione (99,5), seguita dall’Università di Macerata (87,2), e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria (86,5). La classifica dei politecnici è guidata anche quest’anno dal Politecnico di Milano (97,0), seguito dal Politecnico di Torino (91,5), ora in seconda posizione, occupata lo scorso anno dallo Iuav di Venezia (90,5). Chiude la classifica il Politenico di Bari (87,7).
Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (92,6 punti) e in seconda l’Università Cattolica (76,2), tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) si colloca in testa la Luiss (93,2), seguita dallo Iulm (80,2), mentre tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti) è prima la Libera Università di Bolzano (94,6), seguita dall’Università di Roma Europea (86,8).

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Si viaggiare, anche con un prestito: gli italiani hanno chiesto 160 milioni di euro per le vacanze

Ben 160 milioni di euro: è il valore dei prestiti richiesti (ed erogati) dagli italiani nel primo semestre del 2022 con il preciso scopo di investirli in viaggi e vacanze. E’ questa la stima evidenziata dal sondaggio di Facile.it e Prestiti.it. La voglia di tornare a spostarsi era già stata rilevata dall’indagine, commissionata da Facile.it ad EMG Different, secondo cui il 27,5% di chi partirà farà un viaggio programmato prima del Covid ma rimandato a causa della pandemia, e questa tendenza trova conferma anche nell’aumento delle richieste di finanziamento tanto è vero che, come evidenziato dallo studio recentemente reso noto, nei primi 6 mesi dell’anno il peso percentuale dei prestiti per le vacanze è aumentato del 96% rispetto allo stesso periodo del 2021.

Tra voglia di partire e viaggi di nozze

“Dopo due anni di forti limitazioni alla mobilità, finalmente molti italiani potranno tornare a viaggiare e, in alcuni casi, lo faranno sfruttando le opportunità offerte dal mondo del credito al consumo”, spiega Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “L’aumento delle richieste di prestiti per viaggiare è però anche strettamente legato ai numerosi matrimoni e viaggi di nozze che, causa pandemia, sono stati rimandati a quest’anno”.

Chi richiede un prestito per le vacanze

Dall’analisi, realizzata su un campione di oltre 70.000 domande di finanziamento raccolte nel primo semestre 2022*, è emerso che chi ha presentato domanda di credito per pagare spese legate ad un viaggio ha cercato di ottenere, in media, 5.597 euro da restituire in 52 rate (poco più di 4 anni).
Se si guarda al profilo del richiedente emerge che questa tipologia di prestito è particolarmente diffusa tra i giovani – altro dato legato alla ripresa dei matrimoni e relativi viaggi di nozze. Se, in media, chi si rivolge ad una società di credito in Italia ha 41 anni, quando si parla di prestiti per le vacanze, chi presenta domanda di finanziamento ha, sempre in media, 36 anni; un valore su cui pesano gli under 30, che oggi rappresentano circa il 35% della domanda.
Nel 75% dei casi a presentare domanda di finanziamento per viaggi e vacanze è stato un uomo, mentre se si analizza la posizione lavorativa del richiedente emerge che il 72% delle richieste arriva da un lavoratore dipendente a tempo indeterminato.

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