Negli ultimi anni le supply chain sono finite al centro di una serie di crisi globali che hanno messo a dura prova la loro tenuta. La pandemia ha interrotto trasporti e forniture, la guerra in Ucraina ha reso più difficile accedere a energia e materie prime, mentre le tensioni in Medio Oriente hanno reso incerto il passaggio nel canale di Suez.
A tutto questo si aggiungono nuove barriere commerciali e tariffarie. Per le imprese italiane significa convivere con un livello di instabilità mai visto prima.
Prevenire i rischi, ma come?
La fotografia scattata dall’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano è chiara: l’82% delle aziende monitora i principali rischi, ma poche vanno oltre il monitoraggio. Solo il 26% delle grandi e il 5% delle piccole e medie imprese hanno aggiornato i modelli di gestione. Appena una su dieci ha pronto un piano di emergenza.
I rischi più sotto controllo restano quelli finanziari e operativi, ma l’attenzione si sposta sempre più anche su fattori geopolitici e di sostenibilità.
Quanto conta il fattore umano
Al di là delle tecnologie, sono le persone a fare la differenza. Oltre sei imprese su dieci gestiscono i progetti di cambiamento dall’interno, puntando sulle proprie competenze. Ma qui emerge un nodo: metà delle grandi aziende non investe abbastanza nella formazione dei team.
Dove invece si sceglie di farlo, si lavora su competenze come data analytics, machine learning e intelligenza artificiale, strumenti ormai centrali per chi vuole affrontare mercati così incerti.
Aumentano i progetti di digitalizzazione e automazione
Negli ultimi dodici mesi molte aziende hanno avviato progetti di digitalizzazione, soprattutto nella pianificazione della domanda e della produzione. L’automazione prende piede: le PMI si concentrano su soluzioni semplici per raccogliere dati e velocizzare i processi, mentre le grandi imprese iniziano a sperimentare sistemi più avanzati come l’Intelligent RPA.
Accanto a questo, la formazione resta un tassello fondamentale: senza competenze nuove, le tecnologie rischiano di rimanere strumenti poco sfruttati.
I dati come chiave del futuro
Uno dei punti deboli più diffusi è la frammentazione dei sistemi informativi: più della metà delle aziende lavora ancora con piattaforme solo parzialmente integrate. Dove invece i dati sono gestiti in modo chiaro e condiviso, si aprono possibilità concrete di usare l’intelligenza artificiale per previsioni più precise, scorte ottimizzate e trasporti meglio pianificati.
Le parole degli esperti dell’Osservatorio sono nette: la resilienza delle supply chain italiane dipenderà dalla capacità di unire pianificazione, automazione e formazione. In altre parole, trasformare la gestione del rischio da reattiva a proattiva. È questa la sfida che può permettere alle imprese di trasformare la fragilità in opportunità.