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Catene di approvvigionamento, le crisi globali ‘pesano’ sulla supply chain

Negli ultimi anni le supply chain sono finite al centro di una serie di crisi globali che hanno messo a dura prova la loro tenuta. La pandemia ha interrotto trasporti e forniture, la guerra in Ucraina ha reso più difficile accedere a energia e materie prime, mentre le tensioni in Medio Oriente hanno reso incerto il passaggio nel canale di Suez.

A tutto questo si aggiungono nuove barriere commerciali e tariffarie. Per le imprese italiane significa convivere con un livello di instabilità mai visto prima.

Prevenire i rischi, ma come?

La fotografia scattata dall’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano è chiara: l’82% delle aziende monitora i principali rischi, ma poche vanno oltre il monitoraggio. Solo il 26% delle grandi e il 5% delle piccole e medie imprese hanno aggiornato i modelli di gestione. Appena una su dieci ha pronto un piano di emergenza.

I rischi più sotto controllo restano quelli finanziari e operativi, ma l’attenzione si sposta sempre più anche su fattori geopolitici e di sostenibilità.

Quanto conta il fattore umano 

Al di là delle tecnologie, sono le persone a fare la differenza. Oltre sei imprese su dieci gestiscono i progetti di cambiamento dall’interno, puntando sulle proprie competenze. Ma qui emerge un nodo: metà delle grandi aziende non investe abbastanza nella formazione dei team.

Dove invece si sceglie di farlo, si lavora su competenze come data analytics, machine learning e intelligenza artificiale, strumenti ormai centrali per chi vuole affrontare mercati così incerti.

Aumentano i progetti di digitalizzazione e automazione 

Negli ultimi dodici mesi molte aziende hanno avviato progetti di digitalizzazione, soprattutto nella pianificazione della domanda e della produzione. L’automazione prende piede: le PMI si concentrano su soluzioni semplici per raccogliere dati e velocizzare i processi, mentre le grandi imprese iniziano a sperimentare sistemi più avanzati come l’Intelligent RPA.

Accanto a questo, la formazione resta un tassello fondamentale: senza competenze nuove, le tecnologie rischiano di rimanere strumenti poco sfruttati.

I dati come chiave del futuro

Uno dei punti deboli più diffusi è la frammentazione dei sistemi informativi: più della metà delle aziende lavora ancora con piattaforme solo parzialmente integrate. Dove invece i dati sono gestiti in modo chiaro e condiviso, si aprono possibilità concrete di usare l’intelligenza artificiale per previsioni più precise, scorte ottimizzate e trasporti meglio pianificati.

Le parole degli esperti dell’Osservatorio sono nette: la resilienza delle supply chain italiane dipenderà dalla capacità di unire pianificazione, automazione e formazione. In altre parole, trasformare la gestione del rischio da reattiva a proattiva. È questa la sfida che può permettere alle imprese di trasformare la fragilità in opportunità.

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Cyberattacchi, le PMI nel mirino: i virus si “fingono” app

Per le piccole e medie imprese il 2025 è un anno complicato anche sul fronte della sicurezza digitale. Secondo Kaspersky, quasi 8.500 PMI hanno subito attacchi informatici.
I criminali usano un trucco sempre più diffuso: nascondere virus dietro le sembianze di applicazioni che tutti conosciamo e utilizziamo.

Zoom, Office e le nuove trappole legate all’AI

Le app più imitate sono quelle della quotidianità lavorativa: Zoom, Teams, Word, Excel, PowerPoint. Ma a crescere sono soprattutto i falsi legati all’intelligenza artificiale. ChatGPT, ad esempio, è stato copiato da quasi 200 file pericolosi solo nei primi mesi dell’anno, il doppio rispetto al 2024. Anche DeepSeek, lanciato da poco, è finito subito nel mirino.

La logica è semplice: più un’applicazione è popolare e se ne parla, più diventa un’esca perfetta per chi vuole colpire gli utenti meno attenti.

Email ingannevoli e link fasulli

Il metodo resta quello classico. Una mail con un link che sembra sicuro, un sito che imita quello originale, un abbonamento offerto a prezzo stracciato. In pochi secondi si scarica un file che porta con sé trojan, adware o altri software malevoli.

Per le PMI, che spesso non hanno un reparto IT dedicato, il rischio di blocchi o furti di dati è alto.

Phishing sempre più credibile

Non ci sono solo i virus. I truffatori puntano anche al phishing, rubando password e credenziali di accesso a banche, piattaforme di consegna o account aziendali. Alcuni finti messaggi promettono addirittura visibilità su X (l’ex Twitter), spingendo le vittime a fornire i propri dati.

Lo spam, nel frattempo, si è fatto più sofisticato: email costruite con l’intelligenza artificiale offrono pacchetti di marketing, prestiti o servizi di gestione aziendale. Tutto studiato per sembrare reale e convincente, soprattutto per chi gestisce piccole imprese.

Come difendersi

Gli esperti consigliano alcune regole semplici: affidarsi a software di sicurezza aggiornati, controllare sempre l’indirizzo dei siti prima di scaricare qualcosa, fare backup regolari e fissare procedure chiare per l’uso dei programmi in azienda.

Perché alla fine, ricordano gli analisti, la differenza la fa l’attenzione. Basta un clic sbagliato per aprire la porta ai cybercriminali.

L’importanza dell’aggiornamento continuo del DVR per un ambiente di lavoro sicuro

L’aggiornamento costante del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è un processo di importanza vitale per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori in qualsiasi ambiente lavorativo.

Un DVR aggiornato non è solo un obbligo legale, ma anche uno strumento di gestione proattivo che permette di identificare, valutare e mitigare i rischi presenti, contribuendo a prevenire infortuni e malattie professionali.

Che cosa è il DVR e perché è necessario mantenerlo aggiornato

Il Documento di Valutazione dei Rischi è un documento che analizza e valuta tutti i potenziali pericoli presenti in un’azienda. Esso include la descrizione delle misure di prevenzione e protezione adottate per ridurre al minimo i rischi individuati.

La sua redazione è obbligatoria per tutti i datori di lavoro, come stabilito dal Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs. 81/2008).

Mantenere questo documento aggiornato è essenziale perché le condizioni di lavoro, le tecnologie utilizzate, le normative di riferimento e le migliori pratiche evolvono costantemente. Un documento obsoleto potrebbe infatti non riflettere accuratamente la situazione attuale, lasciando i lavoratori esposti a rischi non identificati o non gestiti adeguatamente.

Come l’aggiornamento del DVR contribuisce alla prevenzione degli infortuni

Un aggiornamento regolare del DVR favorisce la prevenzione degli infortuni sul lavoro. In particolare consente di individuare tempestivamente nuovi rischi o cambiamenti nelle modalità operative che potrebbero aumentare la probabilità di incidenti.

Attraverso un’analisi approfondita dei processi lavorativi, delle attrezzature utilizzate e delle sostanze manipolate, è possibile implementare misure di sicurezza adeguate per ridurre al minimo i rischi.

La valutazione di tali rischi deve tenere conto di tutti i fattori rilevanti, inclusi i rischi specifici legati all’età, al genere e alla provenienza dei lavoratori, come previsto dalle direttive europee e dalla normativa italiana.

Il ruolo della formazione e dell’informazione nell’aggiornamento del DVR

La formazione e l’informazione dei lavoratori svolgono un ruolo centrale nel processo di aggiornamento DVR.

Coinvolgere i lavoratori nella valutazione dei rischi, raccogliendo le loro osservazioni e i loro suggerimenti, permette di identificare problemi e soluzioni che potrebbero sfuggire a un’analisi puramente tecnica.

È importante fornire loro una formazione adeguata sui rischi specifici del lavoro e sulle misure di prevenzione e protezione da adottare.

L’informazione deve essere chiara, comprensibile e facilmente accessibile, in modo da consentire a tutti di contribuire attivamente alla sicurezza sul lavoro.

Adattare il DVR ai cambiamenti tecnologici e normativi

L’introduzione di nuove tecnologie o di nuove normative in materia di sicurezza richiede un adeguamento del DVR. L’innovazione tecnologica può portare a nuovi rischi, ma anche offrire nuove opportunità per migliorare la sicurezza sul lavoro.

È necessario per questo valutare attentamente l’impatto delle nuove tecnologie sui processi lavorativi e implementare misure di sicurezza adeguate per prevenire infortuni e malattie professionali.

Anche la conformità alle normative vigenti è un aspetto di importanza rilevante per evitare sanzioni e per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Come monitorare l’efficacia delle misure di prevenzione e protezione

L’aggiornamento del DVR non si limita alla semplice identificazione e valutazione dei rischi, ma include anche il monitoraggio dell’efficacia delle misure di prevenzione e protezione adottate.

È necessario per questo verificare regolarmente se le misure implementate sono efficaci nel ridurre i rischi e se sono adeguate alle condizioni di lavoro.

Il monitoraggio può includere l’analisi degli infortuni sul lavoro, l’effettuazione di sopralluoghi di sicurezza, la raccolta di feedback dai lavoratori e la revisione dei dati relativi alla salute e sicurezza sul lavoro.

I risultati del monitoraggio devono essere utilizzati per apportare modifiche al DVR e per migliorare continuamente le misure di prevenzione e protezione.

I benefici di un DVR aggiornato per l’azienda

Un DVR aggiornato porta numerosi benefici all’azienda. Oltre a garantire la conformità alla legge e a prevenire infortuni e malattie professionali, un DVR aggiornato contribuisce a migliorare il clima aziendale, ad aumentare la produttività e a ridurre i costi legati agli infortuni sul lavoro.

Inoltre la riduzione degli infortuni sul lavoro comporta una diminuzione dei costi diretti (come le spese mediche e le indennità) e indiretti (come la perdita di produzione e i danni all’immagine aziendale).

Ecco perché l’aggiornamento del DVR deve essere visto non come un adempimento burocratico, ma come un investimento nella sicurezza e nel futuro dell’azienda.

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Economia circolare: i dazi non spaventano le imprese che investono in sostenibilità

Lo conferma la IV edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2025, realizzata da Eumetra per Haiki+ e Innovatec: per un’azienda su due l’inflazione e i dazi avranno un impatto poco significativo sugli investimenti green, tanto che il 20% degli imprenditori italiani prevede di aumentarli.

Di fatto, nel 2025 il 72% delle imprese ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità ambientale, economia circolare o efficienza energetica (+3% vs 2024).
Insomma, tensioni geopolitiche, incertezza legata ai dazi e aumento di costi energetici e materie prime non rallentano il passo agli investimenti in sostenibilità. 

I progetti green sono una fonte di valore

La portata degli investimenti conferma questa tendenza. Un’azienda su due destina tra l’1% e il 5% del fatturato ad azioni sostenibili, con un coinvolgimento diffuso anche tra le realtà di dimensioni più contenute. Questo impegno, pur nella gradualità, segna un’evoluzione concreta verso modelli produttivi più  circolari.

Tra le aree di maggiore investimento emerge l’efficienza energetica (65% delle imprese), ma il vero balzo lo registra l’economia circolare: dal 16% del 2023 al 27% nel 2025. Le pratiche più diffuse? Riciclo degli scarti di produzione (82 %) e l’uso di materiali riciclati (77 %).
Quasi tutte le imprese vedono nei progetti green una fonte di valore: il 77% si aspetta benefici sul proprio business e il 55% li ha già ottenuti.

Anche la reputazione conta

Risparmi sui costi grazie a una maggiore efficienza (70%), miglioramento della redditività (31%) e più facile accesso al credito (20%) sono i vantaggi più immediati. Ma alcune imprese hanno già segnalato effetti positivi su finanziamenti dedicati (11%) o sul rating finanziario (9%).

Non meno rilevante l’aspetto reputazionale: per il 60% delle imprese la propria immagine è migliorata, anche se il 70% si aspettava un impatto ancora maggiore.
Ma la sostenibilità non è solo una scelta etica, è anche un acceleratore di innovazione. (72%), e i criteri ESG vengono considerati strategici dal 66% delle imprese, a conferma di un cambio di prospettiva che integra ambiente, società e governance nelle decisioni di investimento.

Mancano piani industriali strutturati

Le principali barriere sono costi elevati e scarsa disponibilità di incentivi, oltre a una normativa giudicata complicata o inadeguata da 4 aziende su 10.
Quanto al tema delle competenze nel 2023 riguardava quasi la metà delle imprese, mentre oggi interessa una su 4. Un segnale positivo, anche se resta ancora molto da fare.

Altro punto debole è la mancanza di piani industriali strutturati. Solo il 16% delle piccole imprese e il 35% delle medie-grandi ha definito obiettivi chiari e misurabili in materia di sostenibilità.
Più della metà delle imprese (57%), poi, considera il PNRR un’opportunità, ma nella pratica l’accesso resta complesso. Il 54% non ha presentato domanda perché i progetti non rientravano nelle aree prioritarie, e solo il 4% ha ottenuto finanziamenti.

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Credito alle imprese: nel primo trimestre importi erogati a +8,6%

Favorita da un contesto inflazionistico sotto controllo, nel primo trimestre dell’anno si conferma la progressiva riduzione del costo del debito da parte della BCE. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF, questo ha permesso un andamento stabile del credito erogato alle imprese in termini di numero di finanziamenti (+0,02%) rispetto all’anno precedente, accompagnato da una crescita superiore all’8% in termini di importi erogati.

Ma “nonostante il recente accordo fra l’amministrazione Trump e la UE in termini di dazi favorisca una minore incertezza a livello internazionale, i mercati restano turbolenti”, commenta Luca D’Amico, ceo di CRIF Rating. 

Società di Capitali: finanziamenti a +0,8%

Il dato complessivo nazionale dei finanziamenti erogati, sostanzialmente stabile, ha risentito del lieve calo del numero di contratti erogati a Ditte e Società di Persone (-1%).

Per quanto riguarda le Società di Capitali, si evidenzia una contenuta crescita del numero di finanziamenti erogati (+0,8%), in lieve controtendenza rispetto alla fotografia complessiva, confermando per tale tipologia d’impresa il trend di crescita degli importi osservato sul totale delle imprese italiane (+8,6%).

Coerente con le Società di Capitali è il comportamento delle Ditte e Società di Persone rilevato sugli importi erogati (+8,5%).

Analisi dei settori

Le Costruzioni, dopo un triennio di forte crescita, nel 2024 hanno registrato segnali di forte rallentamento a causa del venire meno dei sistemi di incentivazioni. Quanto al credito alle imprese del settore, ciò si è tradotto in un calo degli importi erogati del -12,1%, in netta controtendenza rispetto all’evidenza complessiva nazionale.

Stesso scenario per il settore dell’Impiantistica, che come le Costruzioni, presenta nei primi mesi del 2025 un trend degli importi erogati opposto rispetto al totale delle Società di Capitali, sebbene con un calo di minore intensità (-2,5%).
Altro settore in controtendenza rispetto al totale delle Società di Capitali per le erogazioni, è il Tessile e Abbigliamento, che nel primo trimestre dell’anno ha registrato una flessione di circa il -15%.

Meccanica in controtendenza

Contrariamente ai settori precedentemente analizzati, il comparto della Meccanica, inclusa la Meccanica Strumentale, nei primi mesi dell’anno ha registrato una crescita degli importi erogati superiori al dato complessivo delle Società di Capitali (+11,7% vs +8,6%), positivamente influenzata dalle migliori condizioni di accesso al credito rispetto a inizio 2024. 

Inoltre, tale evidenza si inserisce in un contesto di mercato ancora sfidante per gli operatori di settore.
In particolare, pesano sulle prospettive di crescita del comparto le politiche protezionistiche in termini di scambi commerciali, che potrebbero impattare sull’export italiano.

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Per gli italiani residenti nei centri storici l’accesso alle attività commerciali è difficoltoso

Lo ha affermato Unioncamere nel corso dell’Audizione sulla Proposta di legge “Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici” presso la decima Commissione (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati: in Italia esiste un problema di disuguaglianza territoriale nell’accesso ai beni essenziali, con implicazioni dirette per la popolazione anziana, le famiglie prive di automobile e le persone fragili.

Solo il 44,1% della popolazione può infatti accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35,4% a una pescheria, il 59,7% a un fruttivendolo e il 61,4% a un supermercato.
I dati sono stati elaborati dal Centro studi Tagliacarne nell’ambito del progetto Urban Pulse 15.

Supporto ai Comuni nell’individuare le zone sottoposte ad autorizzazione

Unioncamere, che condivide gli obiettivi di preservazione e rigenerazione del tessuto commerciale nei centri storici, ha sottolineato la necessità che le nuove proposte si integrino con la legislazione esistente, evitando sovrapposizioni che potrebbero generare complessità e incoerenze.

A questo scopo, “le Camere di commercio sono disponibili a supportare i Comuni nella definizione degli elenchi delle zone commerciali sottoposte ad autorizzazione – ha sottolineato il vice segretario generale di Unioncamere, Tiziana Pompei -, nonché nella definizione delle procedure di rilascio dell’autorizzazione, anche in considerazione del ruolo attribuito alle Camere di commercio nella gestione dello sportello unico per le attività produttive (SUAP)”.

Divario più marcato per negozi di elettronica, cultura, abbigliamento

I finanziamenti previsti dovrebbero essere orientati a progetti condivisi pubblico-privato, e la misura estesa a tutti i comuni, anche quelli con una popolazione superiore a 5.000 abitanti, prevedendo che il fondo possa sostenere interventi anche per recuperare i locali sfitti.
A fine 2024, nel nostro Paese si contavano 5.523 comuni con al massimo 5.000 residenti, per un totale di oltre 9,6 milioni di abitanti.

Tuttavia, l’accesso ai servizi commerciali essenziali risulta fortemente disomogeneo. La densità di unità locali del commercio al dettaglio nei piccoli comuni è di 9,24 ogni 1.000 abitanti, con un ritardo del 12,8% rispetto alla media nazionale. Il divario è particolarmente marcato nei settori dell’elettronica, degli articoli culturali e dell’abbigliamento.

In 425 comuni mancano gli “alimentari”

In 206 comuni (di cui 205 con meno di 1.000 abitanti) non è presente alcun esercizio di commercio al dettaglio, coinvolgendo circa 51.200 persone. In questi territori l’indice di vecchiaia, pari a 302,8 over64 ogni 100 under15, è superiore del 46% rispetto alla media nazionale. E 425 comuni risultano privi di esercizi alimentari, con un impatto su quasi 170mila abitanti, caratterizzati da un indice di vecchiaia pari a 276,0, (+32,9% rispetto
alla media).

In 1.124 comuni (oltre 630mila residenti in totale) è poi presente al massimo un’attività commerciale alimentare. L’indice di vecchiaia in questi comuni raggiunge il valore di 266,1, superiore del 28,1% rispetto alla media nazionale.

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Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026: le opinioni degli italiani

Le Olimpiadi e le Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 saranno le più estese di sempre, diffuse su un’area di oltre 22.000 km². Gare e cerimonie si terranno nei luoghi più iconici di Milano, Verona e Cortina d’Ampezzo, ma anche a Bormio e a Livigno in Valtellina, a Predazzo e Tesero in Val di Fiemme e ad Anterselva/Antholz.

I Giochi Olimpici invernali si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio 2026 e i Giochi Paralimpici invernali di Milano Cortina 2026 dal 6 al 15 marzo 2026.
A poco più di sei mesi di distanza, l’ultima edizione dell’Osservatorio Ipsos la consapevolezza degli italiani riguardo le Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 è stabile. Il 65% degli italiani ne è a conoscenza.

Conoscenza dell’evento e degli sponsor ufficiali 

Un cittadino su quattro sa che il prossimo anno ci saranno i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, ma non sa che si svolgeranno in Italia.
Nell’ultimo bimestre si è osservata una lieve rivitalizzazione della visibilità degli sponsor, con il 64% degli intervistati che afferma di ricordare almeno uno sponsor ufficiale.
Tuttavia, hanno ancora potenzialità da sfruttare.

La curiosità è alta e anche l’intenzione di seguire i prossimi Giochi Olimpici è elevata, sia per Olimpiadi sia per le Paralimpiadi. Due italiani su tre attendono l’evento con contentezza e curiosità e, in generale, le emozioni positive (63%) prevalgono di gran lunga su quelle negative.

Spirito di squadra e uguaglianza sono i valori chiave

Circa la metà degli italiani è interessata a seguire i Giochi Olimpici invernali 2026., con un interesse più alto (53%) rispetto a quello per le Paralimpiadi (43%).
“Spirito di squadra” e “Uguaglianza e inclusività” sono i valori chiave, associati sia alle Olimpiadi sia alle Paralimpiadi, che in generale colpiscono di più. Altri valori importanti includono amicizia, rispetto per gli altri, determinazione e fratellanza.

Gli effetti positivi più attesi per le Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 comprendono una maggiore visibilità internazionale per la regione, lo sviluppo di strutture sportive di alta qualità, il miglioramento delle infrastrutture e lo sviluppo di attenzione allo sport e ai suoi valori.

Le discipline più attese

Tuttavia, emergono alcune preoccupazioni riguardanti la possibilità di strutture abbandonate e l’aumento dei prezzi delle abitazioni e del costo della vita.
I residenti all’interno della regione ospitante esprimono leggermente una maggior preoccupazione riguardo alla gestione delle strutture post-giochi rispetto a quelli al di fuori della regione.

Tra chi dichiara di seguire le Olimpiadi, lo sci (salto con gli sci, sci acrobatico, sci alpino, sci di fondo) si posiziona come la disciplina più attesa (76%), seguito dal pattinaggio (artistico e di velocità, 54%).
Per chi dichiara di seguire le Paralimpiadi, lo sci alpino guida la classifica delle discipline più attese (45%), seguito da sci di fondo (38%) e snowboard (35%).

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Gestione digitale dei documenti: un mercato da 2,3 miliardi

Emerge da una ricerca dell’Osservatorio Digital B2b del Politecnico di Milano: il mercato della gestione digitale dei documenti aziendali (Digital Document Management & Exchange) vale 2,3 miliardi, +13% rispetto al 2021.

Il 54% del valore del mercato è determinato da soluzioni per la gestione documentale interna (creazione, acquisizione, archiviazione, ricerca e conservazione dei documenti), mentre il 39% da soluzioni per lo scambio elettronico dei documenti con i business partner, incluse tecnologie come EDI e PEC.
Quello della gestione digitale dei documenti aziendali è un mercato maturo, cresciuto in media del 4% l’anno, ma in grado di svilupparsi ancora.
Il 41% delle imprese prevede una crescita moderata nei prossimi 3-5 anni, con un incremento del fatturato nell’ordine del 5-9%.

Il 42% delle aziende adotta soluzioni di DMS

Tra le principali soluzioni per digitalizzazione i progetti interni c’è il Document Management System (DMS, un sistema software che crea, archivia, organizza e gestisce documenti digitali), oggi adottato dal 42% delle grandi aziende e Pmi. Nei processi di interfaccia, però, lo scambio documentale con clienti e fornitori avviene prevalentemente tramite strumenti tradizionali come email, PEC, SFTP, FTP (55%).

La principale priorità per le imprese di tutte le dimensioni nella digitalizzazione dei processi B2b interni è la Gestione Elettronica Documentale (GED), su cui però gli investimenti restano limitati.
Il 50% delle aziende dedica meno dell’1% del fatturato a questi progetti. E se l’AI è strategica per il 63% delle aziende, solo il 13% la sfrutta già nei processi documentali.

L’AI avanza ma nel B2b i progetti significativi sono pochi

“La digitalizzazione del B2b in Italia si trova in una ‘terra di mezzo’- afferma Riccardo Mangiaracina, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Digital B2b -: dopo l’obbligo di fatturazione elettronica del 2019, non ci sono più stati impulsi significativi. L’AI avanza, ma nel B2b i progetti di impatto significativo sono ancora pochi, la sostenibilità resta spesso una buzzword, l’automazione è ferma da anni e le startup che si occupano di gestione documentale faticano ad attrarre investimenti.
Nei prossimi cinque anni l’evoluzione del quadro normativo europeo in materia digitale spingerà certamente la digitalizzazione, ma le imprese non possono permettersi di attendere così a lungo per avviare o consolidare i processi di digitalizzazione: è il momento di agire, per il bene e la competitività delle nostre imprese”.

Non basta attendere le normative

“L’attenzione dell’Europa alla digitalizzazione e alla creazione di un mercato unico digitale offre un’occasione preziosa – aggiunge Paola Olivares, Direttrice dell’Osservatorio Digital B2b -. Normative e regolamenti, infatti, si moltiplicano: eIDAS 2.0 introduce l’eArchiving come nuovo servizio fiduciario, eFTI mira a digitalizzare i documenti logistici entro il 2027 e la Direttiva ViDA rivoluzionerà la fatturazione elettronica intra-UE dal 2030.
In ambito nazionale, viene introdotto l’invio digitale dei corrispettivi via software, la piena operatività della lettera di vettura internazionale e l’obbligo di digitalizzazione dei documenti sui rifiuti. Ma non possiamo limitarci ad attendere le normative. Serve una spinta decisa da parte delle imprese e delle associazioni di categoria”.

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Economia circolare: il 74% delle aziende agricole adotta almeno una pratica

Incrementare il reddito per gli agricoltori, rendere il settore più attrattivo, soddisfare una domanda alimentare in crescita e far fronte all’aumento dei costi sono alcune sfide economiche, sociali e ambientali che il mondo agricolo italiano oggi deve affrontare.
Al contempo, è necessario ridurre le pressioni sul suolo, tutelare le risorse idriche e la biodiversità, adattarsi a condizioni ambientali sempre più estreme e imprevedibili contrastando le perdite agricole e gli sprechi alimentari.

In questo contesto in Italia l’adesione alle strategie circolari è già alta.
Il 74% delle aziende agricole italiane con una forma giuridica più strutturata adotta infatti almeno una pratica circolare.
Emerge dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano.

Un utilizzo rigenerativo delle risorse

Le pratiche circolari si basano sull’uso sostenibile e rigenerativo delle risorse naturali per prevenirne l’esaurimento e ridurne lo spreco.
Le pratiche rigenerative, come agricoltura integrata, conservativa, tutela della biodiversità o mantenimento degli ecosistemi, sono quelle più adottate (53% dei casi).

La ricerca evidenzia poi gli input produttivi circolari, che riguardano l’uso di materie prime ricavate da scarti di processo, l’acqua riutilizzata e l’energia da fonti rinnovabili (48%) e la valorizzazione delle eccedenze di produzione, inclusi il recupero, la donazione e la ri-trasformazione (38%), oltre alla valorizzazione degli scarti e delle biomasse come materie prime nell’industria, nei fertilizzanti agricoli o in altre applicazioni (33%).

I modelli di filiera corta

L’adozione di pratiche circolari avviene con modalità differenti a seconda della dimensione aziendale, anche se le distanze sono inferiori rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare.
Sono infatti presenti nell’82% delle imprese molto grandi, nel 77% delle grandi, nel 76% delle medie e nel 73% delle piccole.

Dalla produzione alla distribuzione, nella transizione sostenibile dei sistemi alimentari una delle strade percorribili è quella dei modelli di filiera corta, che fanno leva sulla prossimità geografica, relazionale e informativa.
Oggi i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) si configurano come possibile alternativa ai canali distributivi tradizionali. I consumatori li prediligono per la maggiore attenzione ai valori etici e sostenibili, ma la GDO continua a dare maggiori garanzie dal punto di vista del risparmio e della facilità d’acquisto.

Packaging: è davvero nemico dell’ambiente?

Al centro del dibattito sulla sostenibilità c’è anche il packaging alimentare, considerato uno dei grandi nemici dell’ambiente.

Ma è tutt’altro che semplice giudicarne l’impatto ambientale. Non si possono, infatti, considerare solo i rifiuti che genera, ma anche le funzioni di protezione, conservazione, trasporto e comunicazione del cibo, nonché il contributo alla riduzione degli sprechi alimentari.
Oggi è fondamentale ripensare l’imballaggio dei prodotti alimentari in chiave circolare, tracciabile e sostenibile, conciliando la tutela ambientale con la riduzione degli sprechi e la qualità del prodotto.

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Italia, mercato del lavoro: oltre 595mila opportunità a giugno

Finalmente qualche buona notizia sul fronte dell’occupazione. Le aziende italiane hanno infatti annunciato quasi 600mila nuove offerte di lavoro nel solo mese di giugno 2025, con un aumento che supera il 5% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso.

Nei tre mesi estivi, da giugno ad agosto, le posizioni aperte si avvicinano a 1,5 milioni, segnando una crescita di circa 83mila unità (+6%) rispetto al periodo analogo del 2024.

Trend positivo nei Servizi e nell’Industria

Dai dati forniti dal Sistema informativo Excelsior – realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro con il contributo europeo – emerge un quadro di dinamiche contrastanti tra i settori. Il manifatturiero segna un lieve aumento delle assunzioni (+2,9%), con un incremento di oltre 2mila contratti rispetto a giugno 2024.

Il comparto dei servizi è in forte crescita (+6,4%), mentre le costruzioni registrano una flessione pari al 2,6%.

I settori che concentrano la domanda 

A giugno, il settore industriale cerca circa 137mila lavoratori, numero che raggiunge i 358mila nel trimestre estivo. Nel manifatturiero spiccano le industrie meccatroniche, con 19mila posti aperti nel mese e 51mila nel trimestre, seguite dai settori alimentare e metallurgico. Le costruzioni prevedono 50mila nuove assunzioni mensili e 127mila nel trimestre.

Nel comparto servizi si attendono 458mila contratti a giugno e oltre un milione nel trimestre, con il turismo che rimane il principale datore di lavoro (175mila posti nel mese).

I principali contratti 

Il 63,7% delle nuove assunzioni prevede contratti a tempo determinato, con un aumento di 29mila posti rispetto all’anno precedente. I contratti a tempo indeterminato si mantengono stabili al 15,6%.

Il tasso di difficoltà nel reperire personale resta elevato, ma in lieve calo al 45,4% rispetto all’anno precedente.

Profili dei candidati e difficoltà di reperimento 

I maggiori problemi di reperimento riguardano i settori metallurgico, edilizio e tessile, dove oltre il 60% delle posizioni rimane scoperto. Tra le figure più difficili da trovare ci sono ingegneri, tecnici specializzati e operai con competenze specifiche, in particolare nelle lavorazioni metalliche e tessili.

Giovani e lavoratori stranieri: sono loro a sostenere il mercato  

Circa un terzo delle assunzioni previste a giugno riguarda giovani under 30, con picchi superiori al 50% nei settori finanziario e assicurativo. La quota di lavoratori stranieri attesi nelle imprese è pari al 18,5%, con la maggiore presenza nei servizi di supporto, trasporti e costruzioni.

Il Sud meglio del Nord 

Nel confronto con giugno 2024, il Sud e le Isole segnano un aumento di 14mila assunzioni previste (185mila in totale), seguito dal Centro (+8mila) e dal Nord Est (+7mila). Solo il Nord Ovest mostra una leggera riduzione (-1.000 ingressi).

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