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Moda etica: le aziende sopravvalutano il loro impegno green

Quali sono le pratiche rilevanti in ambito sostenibilità per un brand di moda? Lo spiega Cikis nel suo Report Moda e Sostenibilità 2022, che raccoglie insight qualitativi e dati strutturati di 48 brand e 47 aziende della filiera italiana della moda con fatturato superiore a 1 milione di euro. Dall’analisi emerge però che oggi fare la raccolta differenziata e cambiare packaging non è più sufficiente. Sono pratiche che se non associate ad altri cambiamenti hanno poco peso sull’impatto ambientale e sociale complessivo. Se infatti da un lato aumentano le aziende di moda che investono in scelte green, dall’altro nel 2022 diminuiscono del -15,2% quelle che si trovano a un livello avanzato di sostenibilità. 

Una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali

Inizia a emergere una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali: il 48% delle aziende dichiara di aver introdotto o incrementato l’utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale o che tutelano i diritti sociali, ma solo il 16,8% li ha integrati per più del 75% sulla collezione totale, e il 47,4% li ha introdotti per meno del 25%. Ancora poco sentita poi è l’importanza dell’economia circolare, citata come priorità solo dal 7,4% delle aziende, e pochissime (2%) investono in compensazione delle emissioni. Se però si parla di tutela dei lavoratori e welfare aziendale la sensibilità è in aumento. Gli investimenti in ambito sociale salgono al 40% (+66,7% rispetto al 2021).

Una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità

Il 60% delle aziende però ha una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità, e il 22,1% si sopravvaluta. Se l’autovalutazione media delle aziende di livello base sul proprio operato green nel 2021 si attestava a 4,5 punti su 10, quest’anno è salita a 6 su 10. Per queste aziende c’è un alto rischio greenwashing, dovuto appunto alla sopravvalutazione della rilevanza delle pratiche implementate. Un esempio virtuoso è invece rappresentato dalle grandi aziende, che registrano una maggiore percentuale di pratiche rilevanti per via di maggiori disponibilità finanziarie e filiere molto più complesse. In queste aziende infatti è presente un team dedicato alla transizione sostenibile, in grado di gestire un numero maggiore di pratiche sostenibili e con maggiore efficacia.

Investire green genera un ritorno positivo

Il 63% delle aziende dichiara che le scelte green sono state un investimento che ha generato un ritorno positivo. Di queste, il 59% ha ottenuto il ritorno economico entro tre anni dall’implementazione delle nuove norme. La percentuale di aziende che dichiara un ritorno positivo aumenta drasticamente fra quelle che hanno scelto di rivolgersi a esperti e consulenti di sostenibilità: avere accesso a competenze esterne permette di ottenere con maggiore probabilità benefici economici, o di immagine, che superano l’investimento effettuato. L’81% delle aziende che si sono affidate a consulenti esterni ha infatti ottenuto un ritorno positivo dell’investimento, riuscendo anche a raggiungere alti livelli di sostenibilità con maggiore facilità. Ma solo il 16,3% delle aziende che si affida a consulenti specializzati si trova a un livello base.

L’importanza del fattore di caduta

Il fattore di caduta è un parametro fondamentale quando si vuole andare a determinare quali siano le forze che agiscono su un corpo nel momento in cui una caduta viene arrestata. Tale fenomeno è detto appunto “fattore di caduta” ed il suo studio è certamente fondamentale in qualsiasi tipo di ambiente in cui vengano effettuati dei lavori come quelli presenti in un cantiere.

Esso è comunque un termine ampiamente adoperato in alpinismo ed indica quanto sia seria una caduta nel corso dell’arrampicata, ma tale fattore viene considerato anche in cantiere ed in qualsiasi luogo in cui si facciano dei lavori in quota.

Tecnicamente, possiamo dire che il fattore di caduta è dato dal rapporto tra la quota che la persona perde nel corso della caduta e l’esatta lunghezza della corda tra la persona stessa ed il punto in cui egli è assicurato. Chiaramente, minore è il valore calcolato del fattore di caduta, minore saranno le forze in gioco che saranno assorbite dal corpo della persona e per questo motivo la sua caduta sarà meno dolorosa.

Al contrario, maggiore è il valore e maggiori saranno le forze che agiscono sul corpo della persona che cade e dunque aumenteranno le probabilità che questi posso andare incontro ad un infortunio. Chiaramente con il fattore di caduta non si va a determinare con esattezza quella che sarà la forza di impatto, ma è semplicemente un modo che ci consente di stabilire quella che sarà la gravità di una caduta.

I sistemi di protezione anticaduta

Proprio per garantire la sicurezza di tutti i lavoratori i quali prestano, sia occasionalmente che in maniera costante, la propria opera ad una certa altezza dal suolo, è necessario che vengano predisposte tutte le misure di sicurezza inclusi sistemi di protezione anticaduta.

Grazie a tali sistemi è possibile andare a ridurre in maniera drastica le possibilità di incidenti, soprattutto quando questi vengono combinati con dei dispositivi retrattili che agiscono come delle vere e proprie cinture di sicurezza, ovvero andandosi a bloccare in maniera automatica nel caso in cui vi sia una accelerazione improvvisa dovuta ad una caduta.

Tali dispositivi di sicurezza sono solitamente agganciati ad una linea vita tetto il cui scopo è proprio quello di assicurare il dispositivo di sicurezza alla superficie sulla quale il dipendente sta lavorando.

Grazie a questo tipo di sistemi l’estensione dell’assorbitore va ad aumentare volutamente l’altezza di caduta, così da consentire una migliore distribuzione delle forze e rendere praticamente innocuo questo tipo di avvenimento per il lavoratore.

Si tratta evidentemente di una importante risorsa per migliorare notevolmente il livello di sicurezza in cantiere.

Qual è la configurazione di protezione anticaduta più adeguata?

In linea di massima possiamo dire che non esiste una tipologia di configurazione di protezione anticaduta adeguata a tutte le situazioni, ma molto dipende dalle specifiche del luogo sul quale si sta lavorando e delle persone che ne usufruiscono.

Ci sono inoltre diversi fattori che influiscono sulla qualità di assistenza nella caduta e questi vanno dalla capacità del cordino di allungarsi all’utilizzo della assorbitore di energia, dalla capacità del cavo di deflettersi si alla distanza con il punto In cui si è ancorati al bordo del tetto, per citarne alcuni.

Ad ogni modo, tenere a mente le considerazioni di cui sopra aiuterà certamente nello scegliere la configurazione più adatta per il proprio sistema di protezione anticaduta.

L’obiettivo è sempre quello di cercare di ridurre al minimo le possibili conseguenze di una caduta, così da rendere ogni cantiere un luogo sempre più sicuro e fare in modo che il numero di incidenti sul lavoro possa diminuire in maniera decisa.

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Ambiente, Italia virtuosa: gli obiettivi 2030 sempre più vicini

Ci sono ottime indicazioni sul fatto che il nostro Paese possa centrare, se non addirittura migliorare, gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea previsti dal piano 2030. È quanto emerge da uno studio Enea pubblicato sulla rivista scientifica Atmosphere, che ha valutato l’efficacia delle politiche e delle misure per la qualità dell’aria, introdotte dall’attuale Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico del Ministero della Transizione Ecologica. Entro il prossimo decennio con le misure previste dal Piano, il nostro Paese potrà centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea per biossido di zolfo (-80% contro un target Ue del 71%), ossidi di azoto (-70%, target Ue 65%), PM2.5 (-42%, target Ue 40%), Composti Organici Volatili Non Metanici (-50% target Ue 46%) e ammoniaca (-17% target Ue 16%). In questo modo, si potranno garantire benefici in termini di salute (-50% di decessi rispetto al 2010) ed economici (33 miliardi di euro risparmiati rispetto allo stesso anno).

I settori che possono contribuire di più

Secondo l’analisi svolta dal team dell’Agenzia, al 2030 la riduzione delle emissioni di biossido di zolfo sarà trainata da alcuni comparti, in particolare quello marittimo (-89% rispetto ai valori del 2010) e della produzione di energia (-59%). È previsto un forte calo anche per le emissioni degli ossidi di azoto, soprattutto nel settore del trasporto su strada (-74%) e della generazione elettrica (-46%). Sul fronte del PM2.5, il settore che fornirà il maggiore contributo in termini di abbattimento delle emissioni di particolato ultrafine è il settore civile (-46%) che continuerà a mantenere il primato per tali emissioni al 2030. L’ammoniaca rimane l’inquinante con le riduzioni più basse (-9% rispetto ai valori del 2010), un risultato ottenuto soprattutto grazie al minore impiego di fertilizzanti a base di urea nel settore agricolo e delle emissioni zootecniche.

Un mondo più sano

Sul fronte della salute pubblica, l’adozione di politiche e misure di qualità dell’aria, con interventi nei settori energetico, civile, agricolo e della mobilità, potrebbe portare ad una drastica riduzione della mortalità causata da patologie aggravate o sviluppate per effetto dell’inquinamento dell’aria. In particolare, il calo delle concentrazioni di biossido di azoto potrebbe portare a una riduzione della mortalità rispetto al 2010 del 93% (793 casi rispetto agli 11.769 stimati nel 2010), a seguire il PM2.5 con il 41% di decessi in meno (34.666 casi rispetto ai 58.867 del 2010) e l’ozono (O3) con il 36% di morti evitate (1.725 casi rispetto 2.692 del 2010). “Interessante è il dato per il PM2.5: secondo le nostre simulazioni, al 2030 i decessi dovrebbero scendere a 4,43 casi ogni 10 mila abitanti rispetto ai 7,25 del 2010 e la riduzione più significativa, a livello regionale, si verificherebbe soprattutto nella Pianura Padana e nelle aree urbane di Firenze, Roma e Napoli” afferma Ilaria D’Elia, ricercatrice del laboratorio Enea Inquinamento Atmosferico e co-autrice dello studio.

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Occupazione, nel 2021 riprende la domanda di lavoro: i dati Inps

Buone notizie sul fronte dell’occupazione. A dare i “numeri” della ripresa è l’Inps, che ha analizzato l’andamento delle domande di lavoro del 2021. In sintesi, si registra una decisa ripresa rispetto al 2020, anche se non si ancora ritornati ai valori pre crisi del 2019. Il XXI Rapporto annuale dell’Inps, riporta Adnkronos, evidenzia che i segnali di recupero della domanda di lavoro nel 2021 risultano generalizzati a tutti i settori, con le variazioni più intense nelle costruzioni (+23%) e nella ricerca-selezione del personale (+24%).

La ripresa sul 2020

La domanda di lavoro nel 2021 ha fortemente recuperato rispetto al 2020 (+7,5%) ma è rimasta ancora al di sotto del livello del 2019: -1,7%, corrispondendo a circa 270.000 anni-uomo in meno (un ‘anno-uomo’ corrisponde a 312 giornate retribuite dal datore di lavoro nell’anno, al netto delle giornate eventualmente indennizzate per cig o malattia). Ciò è interamente dovuto al settore privato mentre nel comparto pubblico il livello della domanda è rimasto costante, grazie al fatto che la crescita nei comparti istruzione e sanità ha bilanciato l’andamento opposto delle amministrazioni centrali e locali.”In pochi comparti il livello della domanda ha superato quello del 2019: oltre alle costruzioni e al caso sui generis della selezione del personale, ciò è stato raggiunto da utilities, metalmeccanico, istruzione e sanità”, spiega l’Inps aggiungendo che gli ambiti nei quali la caduta della domanda appare ancora assai pronunciata sono alberghi e ristorazione (-27% sul 2019), tessile-abbigliamento-calzature (-12%), altri servizi quali intrattenimento (-11%). Se consideriamo solo le piccole imprese, fino a 15 dipendenti, si riscontra che – nonostante l’ottima dinamica di crescita evidenziata nel 2021 (+12%) – la distanza dal 2019 è tuttora nettamente più pronunciata (-7%) e superiore a quella media complessiva.

Cresce la domanda a tempo indeterminato 

Dal Rapporto pare che la domanda effettiva di lavoro espressa dalle imprese maggiori sia stata meno pesantemente condizionata dall’altalena generata dalla pandemia. La distribuzione della domanda per tipologia contrattuale e regimi di orario segnala che nel 2021 l’apporto del lavoro a tempo indeterminato è inferiore del 2,1% al livello 2019, quello del lavoro stagionale è sotto dell’11,2% mentre quello del lavoro a termine è modestamente superiore: +1,5%. Nel confronto con il 2020, la domanda a tempo indeterminato cresciuta (+5,3%) è frutto essenzialmente del rientro degli organici dalla cig, con il recupero seppur incompleto della contrazione 2020 quantificabile in un milione di unità di anni-uomo. Considerando la quota di domanda che ha interessato rapporti a part time si evidenzia – nonostante il rimbalzo nel 2021 particolarmente favorevole (+9,5%) – un livello ancora nettamente distante da quello del 2019 (-7,4%). Questa maggior variabilità dei rapporti a part time sottintende come all’orario di lavoro più corto sia associata, di fatto, anche una maggior flessibilità funzionale.

Massoterapia cervicale: quando serve?

La massoterapia è una forma terapeutica che prevede delle sedute di massaggio effettuate da uno specialista in grado, tramite la sua manipolazione, di risolvere contratture e migliorare i dolori muscolari, così come apportare dei benefici generali riguardanti l’aspetto psicofisico della persona.

In particolar modo lo specialista, tramite la manipolazione, va a generare del calore a diretto contatto con la pelle del paziente creando un effetto vasodilatatore che consente di produrre endorfina eliminando eventuali tossine.

Tipicamente le persone che si rivolgono ad un massoterapista sono quelle che accusano dei problemi alla cosiddetta cervicale, ovvero quei dolori e irrigidimenti che avvertiamo nel tratto cervicale che possono diffondersi anche su spalle, braccia e schiena.

Cosa si intende per cervicale?

Con il termine cervicale si intende comunemente un disturbo, che i medici chiamano cervicalgia, che si manifesta nell’area in cui si trovano le vertebre cervicali. Quale disturbo si manifesta con un dolore localizzato nella parte posteriore del collo e, come accennato, esso può irradiarsi anche su la schiena e le braccia.

Chiaramente esiste anche un trattamento farmacologico che è possibile associare al trattamento terapeutico effettuato da un massoterapista, così da andare ad ottimizzare gli effetti del trattamento e dunque il benessere percepito dal paziente.

Esistono anche delle buone regole di vita, dunque delle abitudini quotidiane particolarmente sane, che è possibile fare proprie per ottenere dei benefici per quel che riguarda la propria cervicale. Tra questi quello di mantenere un peso corporeo adeguato alla propria altezza e conformazione fisica, oltre a specifici esercizi che riguardano il collo e che possono contribuire nel trattamento della cervicale.

Qual è la causa dei fastidi alla cervicale?

Certamente vi è una componente genetica alla base dei disturbi alla cervicale, ma incidono notevolmente anche le abitudini di vita di una persona.

  • La sedentarietà

Ad esempio, la sedentarietà è una delle abitudini che non vanno bene, in quanto muscoli non tonici non sono in grado di sostenere per bene la colonna vertebrale, inclusa la zona delle cervicali. Al contrario, un buon esercizio muscolare che includa anche il collo può aiutare a tenere i muscoli in allenamento e con una elasticità adeguata.

  • La postura

Inoltre incide sulla comparsa dei fastidi alla cervicale la nostra postura, in particolar modo quella errata che manteniamo quando siamo seduti a tavola o al lavoro. Bisogna per questo evitare di stare seduti con la schiena curva ed il busto piegato in avanti, in quanto questa posizione è in grado di influire in negativo sia sulla nostra zona del collo che su quella della schiena. Da questo punto di vista è possibile trovare sollievo adoperando le giuste sedie o poltrone.

  • Problemi ai denti

Anche i nostri denti sono in grado di generare problemi legati alla zona cervicale. Una occlusione non ottimale ad esempio, è in grado di creare una radio equilibrio in bocca che si riflette sui muscoli della mandibola e fastidi che possono irradiarsi fino a raggiungere il tratto cervicale.

In che modo la massoterapia può curare la cervicale?

Grazie alla massoterapia è possibile riuscire ad ottenere significativi miglioramenti nei confronti di questa patologia. Infatti, tramite particolari manipolazioni che è possibile acquisire seguendo specifici corsi di massoterapia, è possibile andare a sciogliere le costrizioni tra i tessuti rendendo più morbidi i movimenti del collo.

Per questo motivo sono tante le persone che si affidano ad un buon massoterapista per trattare i problemi di cervicale.

In particolar modo grazie alla massoterapia è possibile diminuire la rigidità del collo nonchè il dolore percepito, migliorare la circolazione del sangue ed il tono muscolare, ottenere un ottimo effetto rilassante e migliorare la qualità del sonno.

Grazie a questo tipo di massaggio è infine possibile ridurre lo stress ed il mal di testa.

Perché ho sempre sete?

Avere sempre sete,  e dunque bere molto più di quei due litri d’acqua al giorno che i medici consigliano, può essere sinonimo di qualche tipo di patologia e per questo tale necessità merita un approfondimento dal punto di vista medico.

Soprattutto nel caso in cui le origini di questa sete anomala siano inspiegabili, e non vi sia dunque un reale motivo per bere così tanto, potrebbe essere utile effettuare un teleconsulto medico e ricevere il parere di un esperto in merito.

Solitamente infatti, può capitare di avere la necessità di bere più del solito, ma il più delle volte ciò accade quando si verificano determinate condizioni.

Parliamo ad esempio di una giornata in cui andiamo a sudare più del normale, momenti in cui consumiamo dei pasti particolarmente piccanti o salati,  l’aver mangiato una pizza oppure avere la febbre.

In questi casi infatti può essere normale avvertire la necessità di bere più del solito, e nel momento in cui andiamo a reintrodurre il giusto livello di liquidi tale irrefrenabile voglia di bere si arresta.

Perché beviamo acqua?

Bere acqua è una condizione naturale per la quale andiamo ad introdurre dei liquidi all’interno del nostro organismo.

Tali liquidi sono fondamentali per il corretto funzionamento dei nostri organi ed il benessere del corpo in generale, considerando tra l’altro che esso è costituito al 70% da acqua.

È bene ricordare infatti che introducendo liquidi nel corpo andiamo ad introdurre anche importantissimi sali minerali, dei quali abbiamo un notevole bisogno.

Bisogna comunque dire che in determinate condizioni la necessità di bere si avverte meno. Ciò è vero soprattutto per gli anziani, i quali tendono a bere meno di quanto dovrebbero, o si verifica in determinati i soggetti che assumono degli specifici farmaci i quali possono fare avvertire molto di meno la necessità di bere.

Vi sono dunque alcuni casi in cui è nota la reticenza nel bere a sufficienza proprio perché il soggetto non ne avverte la necessità.

Quali possono essere i motivi per i quali si beve troppa acqua?

Sicuramente i motivi possono essere di origine psichiatrica, ma non solo. Potrebbe trattarsi di una diminuzione dei liquidi presenti nel corpo dovuti ad esempio ad un diabete o al consumo eccessivo di alcolici.

Ad alimentare questo fenomeno possono essere anche dei farmaci diuretici, gli antidepressivi, una insufficienza renale o una emorragia.

Cosa succede se si beve troppa acqua?

Come accennato, il 70% del nostro corpo è costituito da acqua e per questo abbiamo grande bisogno di assumerla quotidianamente.

Il consiglio è dunque quello di bere almeno due litri d’acqua ogni giorno, così da permettere all’organismo di funzionare al meglio.

Cosa succede invece se si beve una quantità decisamente superiore? Soprattutto se grandi quantità d’acqua vengono ingerite nell’arco di poco tempo, senza che in realtà il nostro organismo ne abbia realmente bisogno, è possibile andare incontro a determinate problematiche e tra queste la diminuzione della concentrazione di sodio, la quale può avere conseguenze dannose.

In questo caso i sintomi più lievi possono essere quelli della nausea o diarrea, mentre quelli più importanti possono essere anche pericolosi.

Conclusione

Quando si riscontra una necessità eccessiva di bere, constatando che in effetti si va ben oltre 2 litri giornalieri consigliati, è bene chiedere un parere al proprio medico per cercare di capire quali potrebbero essere le cause.

Se i motivi non sono momentanei, e dunque relativi a qualcosa ad esempio che si è appena mangiato, il problema potrebbe essere patologico ed in questo caso è bene individuare esattamente la natura di tale necessità, così da poter rimediare.

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Trasloco che stress: l’8% di chi fa da solo si pente

Il trasloco è un evento stressante e faticoso a cui ognuno di noi va incontro almeno una volta nella vita. Ma come lo fanno i nostri connazionali? Da soli, con l’aiuto di professionisti, lasciando l’incombenza a società specializzate? Per la grandissima parte gli italiani si arrangiano, come evidenzia una recente indagine condotta per Facile.it dall’istituto EMG Different su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

Fai da te per quasi 10 milioni di italiani

Degli oltre 15 milioni di italiani che negli ultimi 5 anni hanno affrontato un trasloco, il 61% lo ha fatto senza ricorrere all’aiuto di una ditta e, fra loro, il 68% ha preso questa decisione per ragioni economiche, ma fra i traslocatori “fai da te” oltre 700mila (8%) hanno dichiarato di essersi pentiti. I dati emergono dall’indagine realizzata per Facile.it in occasione del lancio della sezione Trasloco che segna l’ingresso del comparatore in un nuovo settore.
Per quali motivi si è scelto di farlo in autonomia? E perché ci si è pentiti? Secondo l’indagine, il tempo impiegato mediamente per traslocare è di 7 giorni, mentre i mesi preferiti per mettere mano a pluriball e scatoloni sono maggio, (14%), aprile e giugno (12%), e settembre (11%). Guardando all’ultimo trasloco fatto, per il 28% dei rispondenti lo ha fatto per spostarsi da una casa in affitto a una di proprietà.
«Quando si cambia casa,» spiega Stefano Arossa, responsabile della sezione Trasloco di Facile.it «le cose a cui pensare sono tantissime, lo stress arriva alle stelle e per risparmiare qualche euro si rischia di fare scelte delle quali, poi, ci si pente. Proprio per questo abbiamo creato un servizio gratuito che guidi gli utenti, non solo nella gestione e nell’organizzazione del trasloco, ma anche nell’attivazione delle utenze di luce, gas ed internet, aiutandoli a risparmiare, senza dover però rinunciare all’aiuto di professionisti».

Le criticità di fare tutto da soli
Tra chi ha deciso di non rivolgersi ad una ditta specializzata, l’attività più problematica è stata fare gli scatoloni (36%) e trasportarli dalla vecchia alla nuova abitazione (32%). Ma tanti, 2,9 milioni (31%), anche coloro che hanno trovato difficoltà nell’attivare o cambiare le utenze domestiche.
Circa 1 rispondente su 3 (33%) ha avuto almeno un inconveniente, percentuale che raggiunge il 44% fra coloro che hanno svolto un trasloco completo, con anche, quindi, lo spostamento dei mobili. Tra i contrattempi più diffusi c’è la perdita di alcuni oggetti durante il trasporto (15%) e l’aver danneggiato quanto spostato (12%); l’8%, invece, ha ammesso di aver addirittura…litigato con i nuovi vicini prima ancora di essere entrato in casa!

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La classifica delle Università italiane

Per supportare l’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria, ogni anno il Censis elabora la Classifica delle Università italiane, un’analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei relativamente a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. Complessivamente si tratta di 69 graduatorie, a partire da 924 variabili considerate, che possono aiutare i giovani e le famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione.

Mega atenei statali e grandi atenei statali 

La prima posizione tra i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti) è occupata anche quest’anno dall’Università di Bologna, con un punteggio complessivo di 89,8, seguita dall’Università di Padova e La Sapienza di Roma (rispettivamente 88,0 e 86,5 punti), dall’Università di Pisa (85,2), l’Università di Firenze (84,3), l’Università Statale di Milano (82,7), l’Università di Palermo, ex aequo con l’Università di Torino (80,8), l’Università di Bari (80,2) e la Federico II di Napoli (72,3). La posizione di vertice tra i grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti) è occupata dall’Università di Pavia (91,0 punti), seguita dall’Università di Perugia, (90,8), l’Università della Calabria e l’Università di Venezia Ca’ Foscari (90,3 e 88,7), l’Università di Milano Bicocca e l’Università di Cagliari (88,5 e 87,8). Chiudono la classifica l’Università di Roma Tre (78,8), l’Università di Catania (78,3) e di Messina (75,8).

Medi atenei statali

Apre la classifica dei medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti) l’Università di Siena (96,7), che guadagna la prima posizione detenuta lo scorso anno dall’Università di Trento (94,8), scesa in terza posizione a causa della perdita di 10 punti nell’indicatore relativo all’occupabilità, e preceduta dall’Università di Sassari (96,0), che guadagna una posizione grazie all’incremento di 15 punti nell’indicatore relativo a borse di studio e altri servizi in favore degli studenti. Stabile in quarta posizione l’Università di Trieste (94,5), che precede l’Università di Udine (94,0), l’Università Politecnica delle Marche (91,2), l’Università di Brescia (88,5), l’Università del Salento (87,0), l’Università di Urbino Carlo Bo (84,8), l’Università dell’Insubria (83,3). Chiude il ranking l’Università di Napoli Parthenope (77,3).

Piccoli atenei statali, politecnici, atenei non statali

Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) l’Università di Camerino occupa la prima posizione (99,5), seguita dall’Università di Macerata (87,2), e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria (86,5). La classifica dei politecnici è guidata anche quest’anno dal Politecnico di Milano (97,0), seguito dal Politecnico di Torino (91,5), ora in seconda posizione, occupata lo scorso anno dallo Iuav di Venezia (90,5). Chiude la classifica il Politenico di Bari (87,7).
Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (92,6 punti) e in seconda l’Università Cattolica (76,2), tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) si colloca in testa la Luiss (93,2), seguita dallo Iulm (80,2), mentre tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti) è prima la Libera Università di Bolzano (94,6), seguita dall’Università di Roma Europea (86,8).

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Internet più veloce e niente costi occulti: le nuove regole Ue del roaming

Internet più veloce e niente costi occulti: prevede anche queste caratteristiche il nuovo regolamento Ue sul roaming introdotto a inizio luglio e che verrà prorogato fino al 2032. Perciò, oltre a ad effettuare chiamate, inviare messaggi e navigare in internet all’estero senza costi aggiuntivi, i viaggiatori in Europa dovrebbero essere messi in condizione di utilizzare una rete mobile efficiente e soprattutto con tariffe chiare e trasparenti. “Le nuove norme apporteranno inoltre vantaggi ai cittadini e alle imprese dell’Ue, che beneficeranno di una migliore esperienza di roaming, i consumatori avranno infatti ora diritto a una qualità di internet mobile all’estero identica a quella di cui dispongono nel proprio paese” riferisce un comunicato di Bruxelles, diffuso da Askanews. “Gli operatori che forniscono servizi mobili dovrebbero garantire che i consumatori abbiano accesso all’uso delle reti 4G, o delle più avanzate reti 5G, se queste sono disponibili nella destinazione in cui si trova il consumatore. I consumatori dovrebbero poter reperire informazioni sulla disponibilità della rete nei loro contratti di servizi mobili e sui siti web degli operatori”.

Patti e costi chiari

Un altro punto essenziale del regolamento riguarda le decisioni informate da parte dei consumatori circa l’utilizzo di servizi che potrebbero esporli a costi aggiuntivi. Quando si viaggia all’estero, le chiamate agli helpdesk di assistenza clienti, delle compagnie di assicurazione e delle compagnie aeree o l’invio di Sms per partecipare a concorsi o eventi possono comportare costi più elevati rispetto a quelli nazionali. Gli operatori, si legge, devono assicurarsi di fornire ai consumatori informazioni sui tipi di numeri telefonici che possono comportare costi aggiuntivi quando i consumatori li chiamano o vi accedono dall’estero. Gli operatori dovrebbero informare i consumatori nei contratti di servizio e tramite messaggi SMS automatici inviati quando si attraversa la frontiera con un altro paese dell’Ue. Ancora, le nuove norme sul roaming garantiscono che i cittadini siano a conoscenza del numero unico di emergenza europeo 112, che possono utilizzare ovunque nell’Ue per contattare i servizi di emergenza. Entro giugno 2023 gli operatori dovrebbero inviare messaggi automatici ai loro clienti che viaggiano all’estero per informarli sulle modalità alternative disponibili per contattare i servizi di emergenza, ad esempio tramite app o servizi di testo in tempo reale. I cittadini che non sono in grado di effettuare chiamate vocali possono utilizzare queste modalità alternative.

Il commento del Commissario europeo per il Mercato interno

“Vi ricordate quando dovevamo disattivare i dati mobili durante i viaggi in Europa per evitare di ritrovarsi con bollette esorbitanti dovute al roaming? La situazione è cambiata e vogliamo che resti così per almeno i prossimi 10 anni” ha commentato Thierry Breton, commissario europeo per il Mercato interno. “Velocità più elevata e maggiore trasparenza: continuiamo a migliorare la vita dei cittadini dell’Ue”. 

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Si viaggiare, anche con un prestito: gli italiani hanno chiesto 160 milioni di euro per le vacanze

Ben 160 milioni di euro: è il valore dei prestiti richiesti (ed erogati) dagli italiani nel primo semestre del 2022 con il preciso scopo di investirli in viaggi e vacanze. E’ questa la stima evidenziata dal sondaggio di Facile.it e Prestiti.it. La voglia di tornare a spostarsi era già stata rilevata dall’indagine, commissionata da Facile.it ad EMG Different, secondo cui il 27,5% di chi partirà farà un viaggio programmato prima del Covid ma rimandato a causa della pandemia, e questa tendenza trova conferma anche nell’aumento delle richieste di finanziamento tanto è vero che, come evidenziato dallo studio recentemente reso noto, nei primi 6 mesi dell’anno il peso percentuale dei prestiti per le vacanze è aumentato del 96% rispetto allo stesso periodo del 2021.

Tra voglia di partire e viaggi di nozze

“Dopo due anni di forti limitazioni alla mobilità, finalmente molti italiani potranno tornare a viaggiare e, in alcuni casi, lo faranno sfruttando le opportunità offerte dal mondo del credito al consumo”, spiega Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “L’aumento delle richieste di prestiti per viaggiare è però anche strettamente legato ai numerosi matrimoni e viaggi di nozze che, causa pandemia, sono stati rimandati a quest’anno”.

Chi richiede un prestito per le vacanze

Dall’analisi, realizzata su un campione di oltre 70.000 domande di finanziamento raccolte nel primo semestre 2022*, è emerso che chi ha presentato domanda di credito per pagare spese legate ad un viaggio ha cercato di ottenere, in media, 5.597 euro da restituire in 52 rate (poco più di 4 anni).
Se si guarda al profilo del richiedente emerge che questa tipologia di prestito è particolarmente diffusa tra i giovani – altro dato legato alla ripresa dei matrimoni e relativi viaggi di nozze. Se, in media, chi si rivolge ad una società di credito in Italia ha 41 anni, quando si parla di prestiti per le vacanze, chi presenta domanda di finanziamento ha, sempre in media, 36 anni; un valore su cui pesano gli under 30, che oggi rappresentano circa il 35% della domanda.
Nel 75% dei casi a presentare domanda di finanziamento per viaggi e vacanze è stato un uomo, mentre se si analizza la posizione lavorativa del richiedente emerge che il 72% delle richieste arriva da un lavoratore dipendente a tempo indeterminato.

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