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Rapporto Censis sulle seconde generazioni di stranieri: chi sono i nuovi italiani?

In Italia risiedono oltre 5 milioni di cittadini stranieri, una minoranza consistente che vive nella quotidianità dei nostri territori, ma di cui si sa troppo poco.
In Italia negli ultimi vent’anni sono nati 1.881.180 figli di coppie formate da almeno un genitore straniero (17,7% del totale nati). E nell’ultimo anno i figli di almeno un genitore straniero sono stati 82.216 (20,9%). In pratica, oggi un neonato su cinque ha almeno un genitore di origini straniere.

Nell’anno scolastico 2023-2024 risultavano iscritti a scuola 931.323 alunni stranieri, l’11,6% del totale degli iscritti, quota che raggiunge il 13,7% nella scuola primaria e il 12,7% nella scuola dell’infanzia.
Emerge dai dati del Primo Quaderno sui nuovi italiani del Censis, il nuovo progetto di ricerca sui giovani che hanno genitori con un passato migratorio.

Un legame profondo con il Paese di origine

Il 77,4% dei giovani intervistati dal Censis è nato in Italia e il 22,6% è arrivato in età prescolare. Il 76,6% ha cittadinanza italiana, l’80,4% tra chi è nato in Italia. Il 23,4% ha la cittadinanza straniera, il 36,3% tra i nati all’estero.
L’80,0% degli intervistati desidera apprendere la storia e le tradizioni del proprio Paese d’origine e il 91,0% lo ha visitato almeno una volta.

Con il Paese dei genitori hanno un rapporto profondo, alimentato dalla presenza sul posto di parenti (91,4%) e amici (72,8%).
Il legame con il proprio Paese di origine si traduce per l’80,2% in un sentimento di orgoglio e per il 49,4% nella consapevolezza di avere un valore aggiunto rispetto ai coetanei.

La percezione di possedere un’identità inedita

Hanno un mondo di relazioni vario e complesso, in cui coesistono amicizie con giovani italiani e di origine straniera: il 92,8% ha amici italiani e l’89,4% stranieri.
Il 93,4% trascorre il tempo libero con gli amici, il 96,0% è attivo sui social media, il 71,8% ha/ha avuto una relazione sentimentale con un italiano/a.

Il mix culturale che caratterizza questi giovani determina, nel 45,4%, la percezione di possedere un’identità inedita, che integra elementi che provengono da altre culture con elementi propriamente italiani, mentre il 40,0% si sente solo italiano e il 14,6% sente di appartenere al Paese di origine.

Il 62,4% ha subito comportamenti razzisti

La religione, anche quella praticata, sembra mantenere centralità nei nuovi italiani. Il 78,0% ha una religione di appartenenza, il 22,0% si dichiara ateo o agnostico. Tra chi si definisce religioso, il 60,5% è anche praticante: dunque il 47,2% dei giovani di seconda generazione è praticante.

Il 52,2% dei giovani con un retroterra migratorio sostiene che gli italiani sono razzisti, il 62,4% ha subito comportamenti razzisti e il 26,0% li subisce tuttora. Inoltre, il 76,4% è convinto che gli stranieri abbiano maggiori difficoltà a trovare una casa, il 72,0% a trovare un lavoro e il 64,6% ritiene che siano pagati meno degli italiani.
Secondo il 57,8%, il colore della pelle è l’elemento che determina pregiudizio e discriminazione.

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Estate 2024: perchè la ristorazione italiana è un’attrattiva per i turisti stranieri?

Quali sono stati i trend dell’estate appena passata? TheFork, la piattaforma per le prenotazioni online di ristoranti, ha analizzato i dati dei mesi estivi del 2024 per rivelare le tendenze del settore protagoniste dell’estate appena trascorsa. Quest’anno il sistema ha registrato un aumento significativo delle prenotazioni rispetto all’estate 2023 nei mesi di giugno, luglio e agosto.

Agosto, in particolare, ha rappresentato il mese con il maggior numero di prenotazioni, con la settimana di Ferragosto che ha visto il picco massimo rispetto ai due anni precedenti. Un trend positivo dettato sia dalla stagionalità sia da una generale ripresa del settore.

La cena vince sul pranzo durante i mesi estivi

Sono sempre di più i clienti che preferiscono prenotare online il ristorante, tanto che quest’estate TheFork ha registrato un record storico di nuovi utenti.
Sicuramente, la presenza di recensioni verificate, foto, menu e classifiche come la Top 100 hanno aiutato a scegliere il ristorante in vacanza, e a prenotarlo in pochi clic senza avere alcun tipo di ostacolo linguistico.

In ogni caso, durante i mesi estivi, gli utenti di TheFork hanno preferito optare per la cena (82%), rispetto a un pranzo. I giorni preferiti per mangiare fuori? Sono stati il sabato (23%), la domenica e il venerdì (entrambi al 16%).

Quanto si spende per mangiare fuori in vacanza?

Quanto ai tempi di prenotazione, il 44% degli utenti ha prenotato con meno di 4 ore di anticipo, mentre il 17% ha pianificato la propria uscita con oltre 3 giorni di anticipo.

Ma quanto hanno speso i turisti per mangiare fuori? La spesa media per coperto ha visto il 59% degli utenti spendere tra i 25 e i 50 euro, mentre solo il 4% ha speso più di 50 euro. I ristoranti più scelti? Sono stati quelli di cucina tipica italiana (31%), seguiti dalla cucina mediterranea (13%), dalle pizzerie (12%) e dai ristoranti di pesce (8%).

Top regioni e città per prenotazioni

Per quanto riguarda il turismo nazionale, il 19% delle prenotazioni nei tre mesi estivi è stato eseguito da utenti italiani, con un aumento del +7,5% rispetto al 2023. Ad agosto, questa percentuale è salita al 21%, con il Sud e le Isole in cima alla classifica, grazie a regioni come la Puglia e la Calabria, rispettivamente con il 30% e il 33% di turisti nazionali.
Le prenotazioni internazionali, invece, sono aumentate del 6,4%, con Venezia tra le preferite dai turisti esteri.

Ma in generale, le regioni che hanno registrato il maggior numero di prenotazioni nei mesi estivi del 2024 sono state Lombardia, Lazio, Toscana, Sicilia e Campania. E anche nel solo mese di agosto, queste regioni hanno mantenuto il primato.
Le città con più prenotazioni? Roma, Milano, Firenze, Napoli e Torino, tutte in crescita rispetto ad agosto 2023.

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Adozione dell’IA: l’Italia tra i paesi “big”

L’Italia si colloca al terzo posto tra i principali paesi dell’Unione Europea e la Svizzera per quanto riguarda l’adozione dell’intelligenza artificiale, superata solo da Spagna e Svizzera. Attualmente, il 24% dei lavoratori italiani utilizza già l’intelligenza artificiale nel proprio ambito professionale, e il 46% prevede una crescita significativa di questa tecnologia nei prossimi tre anni.

Questi dati emergono dalla prima edizione dello studio “EY Italy AI Barometer”, condotto da EY, che ha coinvolto oltre 4700 manager provenienti da nove paesi europei.

Le aziende italiane puntano sull’intelligenza artificiale 

L’intelligenza artificiale si sta affermando come una delle priorità di investimento per le aziende italiane: una su tre prevede di destinare risorse significative a questa tecnologia nel corso del prossimo anno. I settori che si distinguono per il maggiore impegno in questo ambito includono i servizi finanziari, il settore immobiliare e il comparto del retail e dei beni di consumo.

In particolare, i settori dell’energia, della finanza e delle telecomunicazioni si mostrano più avanzati nell’adozione dell’intelligenza artificiale, con il 52% dei manager che si dichiara pronto a implementarla in modo efficace. Di contro, nel settore pubblico si riscontra una maggiore incertezza riguardo alle competenze necessarie per una corretta integrazione dell’AI.

Il 60% dei manager “premia” l’IA

Quasi il 60% dei manager intervistati ritiene che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale contribuisca a incrementare i profitti e a ridurre i costi operativi. In Italia, la maggior parte degli utenti sfrutta l’intelligenza artificiale principalmente nella sfera privata (43%), mentre il 12% lo fa esclusivamente in ambito lavorativo; il 20% utilizza l’AI in entrambe le situazioni.

Quale futuro? 

Giuseppe Santonato, AI Transformation Leader di EY Italia, sottolinea come l’intelligenza artificiale stia diventando una priorità strategica, con l’Italia posizionata tra i primi tre paesi per livello di adozione, preceduta solo da Spagna e Svizzera. Santonato evidenzia l’importanza di investire in intelligenza artificiale per le aziende, poiché permette loro di consolidare la propria posizione in un mercato in continua evoluzione e sempre più competitivo.

Le previsioni per il prossimo anno indicano che i settori in prima linea nell’adozione dell’intelligenza artificiale saranno, oltre a quelli già citati, anche il settore immobiliare e quello dei beni di consumo.

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Competenze digitali: perchè gli italiani sono in ritardo rispetto agli europei?

Nel panorama europeo, l’Italia è uno dei Paesi con la quota più bassa di persone con competenze digitali almeno di base. Con una distanza dalla media Ue27 di quasi 10 punti percentuali si colloca in 23a posizione.
In coordinamento con gli altri Istituti europei di statistica, l’Istat da quasi vent’anni documenta lo sviluppo della società dell’informazione in Italia.

Se uno degli obiettivi del programma europeo è di portare entro il 2030 all’80% la quota di popolazione tra 16-74 anni ad avere competenze digitali almeno di base, nel 2023 in Italia solo il 45,9% degli adulti possiede competenze digitali adeguate, il 36,1% insufficienti, e il 5,1%, pur essendo utente di Internet, non ne ha alcuna.

Formazione del personale: in cinque anni +19% 

La quota più elevata di occupati con competenze digitali almeno di base si osserva nei Servizi di informazione/comunicazione e nelle Attività finanziarie/assicurative (circa 80%), mente i settori in cui si osserva il maggior ritardo sono quelli dell’Agricoltura (32,5%) e delle Costruzioni (43,8%).

Nel settore ICT emergono ritardi da parte delle imprese italiane, che durante il 2021 hanno erogato formazione ICT al personale per il 54,7% contro il 65,3 di quelle europee.
La quota di personale che ha seguito attività di formazione in questo ambito tra il 2018-2022 è passata però dal 16,9% al 23,9%. Il progresso è stato notevole (155mila specialisti ICT, +19% rispetto al 2019), ma inferiore rispetto all’insieme dell’Ue27 (+24,1%).

Il Digital gender gap non solo in Italia

Anche in Italia le competenze digitali sono associate alle caratteristiche socioculturali della popolazione.
In particolare, hanno competenze almeno di base il 59,1% dei giovani tra 16-24 anni, contro il 19,4% degli adulti tra 65-74 anni. La distanza tra i più giovani e i più anziani è in linea con la media europea, ma l’Italia presenta valori nettamente inferiori all’Ue27 in tutte le classi d’età. 

Le competenze digitali, poi, sono caratterizzate da una disparità di genere a favore degli uomini in quasi tutti i Paesi europei (Italia, 3,1%). Lo svantaggio femminile, tuttavia, è presente solamente a partire dai 45 anni, mentre fino ai 44 anni le donne risultano possedere maggiori competenze digitali rispetto agli uomini.

Età e grado di istruzione i fattori discriminanti

La diffusione delle competenze digitali è poi più elevata tra gli occupati (Italia 56,9%, media Ue27 64,7%). Ma il principale fattore discriminante insieme all’età è il grado di istruzione: tra le persone con titolo di studio di livello universitario il 74,1% ha competenze digitali almeno di base. Per questo segmento di popolazione il divario con la media Ue27 si riduce a -5,7%, mentre tra chi ha un titolo di studio basso (22,6%) la distanza è di 11 punti percentuali.

L’avere competenze digitali adeguate è un prerequisito per poter cogliere appieno le opportunità offerte dalle ICT nella vita privata, ma anche un elemento essenziale per l’accesso al lavoro e alla riqualificazione professionale. In Italia nel 2023 i disoccupati in possesso di competenze digitali erano il 38,7% rispetto al 47,7% della media Ue27.

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Italiani fan dell’aperitivo: cosa piace di questo rito?

Gli italiani non perdono occasione per concedersi un aperitivo almeno una volta a settimana. Ben il 48% dei nostri connazionali dichiara di uscire di casa per il rito dell’aperitivo, una percentuale in aumento di 3 punti rispetto allo scorso anno. Gli italiani sono, dunque, un popolo di Aperitivo Lovers. Specificamente, 1 consumatore su due (43%) ha l’abitudine di concedersi un aperitivo almeno una volta a settimana, mentre il 98% lo fa almeno una volta al mese.

Chi sono i protagonisti dell’happy hour?

Le giovani generazioni, Millennials e Gen Z, nella fascia tra i 25 e i 34 anni, sono quelle che escono più frequentemente per l’aperitivo, soprattutto se residenti nei centri urbani. Federico Gordini, Founder di MWW Group e ideatore del World Aperitivo Day, sottolinea che l’aperitivo non è solo un fenomeno di costume, ma una vera e propria occasione di mercato che genera un indotto importante per l’economia italiana. Questo rito contribuisce significativamente non solo al settore della ristorazione e dell’ospitalità, ma anche all’industria agroalimentare e turistica.

Un fenomeno globale

Dai dati emerge che l’aperitivo è sinonimo di piacere, condivisione, e divertimento. È un momento irrinunciabile per gli italiani, adottato e replicato anche all’estero, tanto da diventare un fenomeno globale. Eventi come Aperitivo Festival e World Aperitivo Day® sono traguardi importanti che promuovono la cultura e le eccellenze enogastronomiche italiane, valorizzando il marchio Made in Italy nel mondo. Questo è quanto emerso dalla ricerca di CGA by NIQ per il settore dei consumi On Premise, presentata durante l’incontro inaugurale di Aperitivo Festival 2024.

Un “investimento” da 120 euro al mese 

La spesa media mensile per l’aperitivo supera i 120 euro, un investimento per vivere un rito tutto italiano che unisce il meglio del food e del beverage, sempre più apprezzato nel mondo. Sul podio delle bevande più gettonate, 1 italiano su 2 (48%) opta per l’aperitivo classico, seguito dalle bollicine (32%) e dai cocktail (26%). I cocktail sono sempre più apprezzati da Gen Z e Millennials, che stanno riscoprendo drink iconici come il Gin&Tonic, tra i più gettonati della categoria.

Cosa determina la scelta?

Le scelte di consumo durante l’aperitivo sono influenzate dal prezzo (44%), dai consigli dei professionisti di sala (31%) e dalle preferenze degli amici (24%). È emersa anche una crescente attenzione dei più giovani a un consumo consapevole: 1 su 10 sceglie una bevanda analcolica o poco alcolica, un trend supportato da un’offerta di prodotti sempre più ampia.

Il mix drink e food

Durante l’aperitivo, 1 italiano su 3 (33%) dichiara di avere un appetizer preferito, come i classici stuzzichini misti, pizzette e patatine. Questo aspetto dell’esperienza food è avvertito soprattutto dagli appassionati di vino. L’analisi di TradeLab per Federvini ha mostrato un aumento del consumo di vino e bollicine rispetto al 2022, con un incremento dell’1% per il vino e del 7% per gli spumanti. Nel 2023, vino e bollicine hanno raggiunto 147 milioni di consumazioni durante l’aperitivo serale, apprezzati in particolar modo dai baby boomers e dalla Gen X.

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Matrimoni: cresce il numero di italiani che chiede prestiti per il “sì”

Se negli anni ‘80 tra abiti, partecipazioni, fiori e cerimonia per sposarsi erano sufficienti poco più di 7.000 euro, negli ultimi due anni gli sposi in media hanno messo a budget quasi il doppio. E tra chi non si è sposato il 21% ha rinunciato per ragioni di natura economica.

Ma c’è anche chi non bada a spese, e nello stesso arco temporale la quota di chi ha pagato tra 20.000 e 50.000 euro è passata dal 3% al 21%. Secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, in media per sposarsi gli italiani hanno speso 13.721 euro.
Un costo non indifferente, tanto che più di 7 coppie su 10 hanno dovuto chiedere un aiuto. I genitori restano la prima opzione, ma cresce il numero degli sposi che opta per un prestito personale.

Aumenta l’età media degli sposi

Negli anni ’80 e ’90 chiedere un prestito per pagare le spese legate a matrimoni o cerimonie era una pratica quasi del tutto assente, ma negli ultimi due anni la percentuale degli sposi che ha chiesto un prestito è arrivata al 10%.
Chi ha fatto domanda di finanziamento ha puntato a ottenere, in media, poco più di 9.000 euro, con piano di ammortamento di 5 anni. Da notare anche l’aumento dell’età media dei richiedenti, passata da 39 a 41 anni.
Quanto all’andamento territoriale delle domande di prestito, le regioni dove il peso percentuale di questo tipo di finanziamento è maggiore sono Campania, Puglia, Sicilia e Calabria.

Differenze territoriali e generazionali

Il budget necessario per la cerimonia è più alto nelle regioni del Sud Italia e nelle Isole, dove, in media, si spende tra il 14% e il 17% in più rispetto al Nord, anche in funzione del numero degli invitati. Se al Nord i partecipanti al matrimonio sono in generale meno di 80, al Sud e nelle Isole arrivano a 110, e addirittura nel 10% dei casi tra 200 e 300.
Insieme al numero di invitati, rimasto sostanzialmente stabile nel corso del tempo, resiste al passare delle generazioni l’usanza di sposarsi nella regione di origine di almeno uno dei due sposi. Solo il 4% delle coppie ha scelto di celebrare il matrimonio fuori da questi confini.

Non si rinuncia alla Luna di miele

A cambiare su base territoriale e generazionale, invece, sono i regali. La busta con i ‘contanti’ è da 40 anni il regalo più comune (50%), mentre cala significativamente la percentuale di chi regala un oggetto fisico (47% anni ’80, 23% oggi).

La lista nozze, invece, continua a essere utilizzata, seppur meno rispetto al passato (48% quarant’anni fa, 36% oggi), mentre è cresciuto notevolmente l’uso del bonifico come contributo al viaggio di nozze (6% inizio 2000, oggi 26%)
Al viaggio di nozze, in effetti, non si rinuncia, tanto che 8 coppie su 10 lo fanno, anche se ormai più di una coppia su quattro sceglie di partire lontano dalla cerimonia.

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Prestiti: in Lombardia chiesti in media 6.565 euro per cure mediche

In Lombardia, secondo l’analisi di Facile.it e Prestiti.it, nel 2023 le richieste di prestiti personali per sostenere le spese mediche hanno rappresentato il 4,6% del totale dei finanziamenti richiesti nella regione. E chi ha presentato domanda per questa tipologia di prestito ha cercato di ottenere, in media, 6.565 euro.

I tempi di attesa sempre più lunghi della sanità pubblica spingono infatti i cittadini a rivolgersi alla sanità privata. Ma per sostenere questi costi, sono tanti coloro che sono appunto costretti a chiedere un prestito.

“Curarsi è diventato sempre più oneroso, e ricorrere al credito al consumo può essere una strategia”

“Oggi curarsi è diventato sempre più oneroso, anche alla luce del maggior ricorso alla sanità privata – ha spiegato Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it -. Servirsi del credito al consumo può essere una strategia per alleggerire l’impatto di queste spese sul bilancio familiare, evitando così di andare in sofferenza o, peggio, di rinunciare a curarsi”.
Come detto, chi in Lombardia lo scorso anno ha chiesto un prestito personale per pagare cure mediche ha cercato di ottenere, in media, 6.565 euro, una cifra da restituire in poco più di 51 mesi.

L’identikit del richiedente lombardo

Se si guarda al profilo dei richiedenti lombardi si scopre che chi ha presentato domanda di prestito personale per far fronte alle spese mediche aveva, all’atto della firma, mediamente, quasi 46 anni.

Si tratta di un valore significativamente più alto se confrontato con l’età media in cui, in generale, si chiede un prestito personale nella stessa regione, che secondo l’analisi di Facile-it, è pari a 41 anni.
Andando più nello specifico, quasi una domanda su 4, il 24,8%, arriva da richiedenti lombardi con età compresa tra 45 e 54 anni, seguiti da coloro che hanno un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (20,4%).
Al terzo posto, invece, si posizionano i soggetti con un’età compresa tra 25 e 34 anni (19,3%).

Sono più le donne a presentare richiesta di un “finanziamento sanitario”

Un altro dato interessante emerge analizzando il sesso dei richiedenti. Nel 44,4% dei casi a presentare domanda di finanziamento per le spese sanitarie è stata una donna, percentuale nettamente più elevata rispetto alle richieste di prestito totali in Lombardia, dove la quota femminile di richiedenti si ferma al 29,4%.

Dall’analisi emerge anche come, sempre nell’ultimo anno, il tasso dei prestiti personali sia aumentato notevolmente. Nel 2022 il TAEG medio riservato ai lombardi che hanno chiesto un prestito personale per spese mediche è stato pari al 9,3%, valore salito al 10,6% nel 2023, in aumento del 14%.

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PA: la mala burocrazia costa il doppio dell’evasione fiscale

Lo evidenzia l’Ufficio studi della CGIA: nel rapporto ‘dare-avere’ tra lo Stato e i contribuenti, l’aggravio economico delle ‘distorsioni’ provocate dalla Pubblica amministrazione agli italiani ha una dimensione nettamente superiore alle mancate risorse dovute all’evasione fiscale.

In pratica, la mala burocrazia che attanaglia gran parte della PA provoca un danno economico ai contribuenti stimato intorno ai 184 miliardi di euro l’anno. Un importo pari a più del doppio rispetto alla dimensione dell’evasione tributaria, che secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze ammonta a 84,4 miliardi di euro. 

Se tutti pagassero quanto richiesto la PA avrebbe più risorse a disposizione

Di fatto, se la qualità dei servizi offerti dalla PA va assolutamente migliorata, è ancor più necessario contrastare l’evasione, ovunque si annidi.
L’infedeltà fiscale, infatti, è una piaga sociale ed economica inaccettabile che penalizza i più deboli, perché riduce la qualità e la quantità dei servizi offerti dal sistema pubblico. 

Non solo. Non è plausibile la tesi secondo la quale non pagare le tasse sarebbe ‘giustificato’ dal mal funzionamento dello Stato.
Se tutti pagassero quanto richiesto, la PA avrebbe più risorse a disposizione, probabilmente funzionerebbe meglio, e si creerebbero le condizioni anche per tagliare in misura strutturale la pressione fiscale.

L’evasione è un problema, ma la macchina pubblica deve essere più precisa ed efficiente 

Gli effetti economici dell’inefficienza della PA che gravano sulle imprese sono di fonte diversa: i dati non sono omogenei, e a volte gli ambiti di applicazione si sovrappongono.

Per tali ragioni, non si possono sommare. Ma una PA che funziona poco e male causa ai contribuenti danni economici molto superiori, addirittura più del doppio, di quanti ne subisce lo Stato da chi non compie il proprio dovere nei confronti del fisco.
Perciò, se l’evasione è un grosso problema che dobbiamo assolutamente estirpare, il vero problema per il nostro sistema Paese è mettere a punto una macchina pubblica precisa, efficace ed efficiente.

Sprechi, sperperi e inefficienze ostacolano la modernizzazione

Ovviamente è sbagliato generalizzare. Anche la nostra PA può contare su punte di eccellenza a livello centrale e locale, che nei settori della sanità, della ricerca, delle telecomunicazioni non hanno eguali nel resto d’Europa.
Tuttavia, sprechi, sperperi e inefficienze presenti nella burocrazia pubblica sono una amara realtà che purtroppo continua a ostacolare la modernizzazione del Paese. 

Tra le principali inefficienze che caratterizzano la PA, i debiti commerciali nei confronti dei propri fornitori costano 49,6 miliardi di euro, la lentezza della giustizia 40 miliardi, le inefficienze e gli sprechi presenti nella sanità sono quantificabili in 24,7 miliardi di euro, mentre gli sprechi e le inefficienze presenti nel settore del trasporto pubblico locale ammontano a 12,5 miliardi. 

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Vent’anni di moda italiana: lo stile diventa sostenibile

Cos’è la moda per gli italiani? Qual è il loro rapporto con l’abbigliamento, lo shopping e lo stile? Allo shopping come ‘coccola’ gli italiani contrappongono l’attenzione a prezzo e materiali, alla ricerca ‘dell’affare’ la sostenibilità ambientale. Dal punto di vista stilistico, in generale scelgono funzionalità e semplicità, ma se quello che negli ultimi vent’anni risulta vincente è lo stile Sex & the City, lo shopping terapeutico e di marca si sta contrapponendo al più recente Outdoor, che vince come previsione per il futuro.
Insomma, secondo la ricerca ‘2003-2023 Fashion Inside’, promossa dall’Osservatorio McArthurGlen sulla moda nel retail fisico, condotto da BVA Doxa in collaborazione con BRAND JAM, tra gli italiani e la moda l’equazione è complessa ma affascinante.

Lo shopping migliora l’umore, di più se è un affare

Gli atteggiamenti nei confronti della moda evidenziano una dualità di fondo tra i consumatori, che oscillano tra slancio emotivo e razionalizzazione. La moda è infatti un modo per esprimere la propria individualità (52%), lo shopping migliora l’umore (44%), contribuisce ad aumentare l’autostima (35%) ed è un modo di prendersi cura di sé (48%). Ma accanto a questo contesto decisamente emotivo, convivono alcuni aspetti più razionali, primo fra tutti l’attenzione ai prezzi. Per riuscire a ‘fare l’affare’ (59%) si fanno ‘ricerche’ e ‘confronti’ (55%) e si va alla ricerca di capi di buona qualità a prezzi accessibili (52%). La razionalità emerge anche nella scelta di capi: si preferisce un abbigliamento comodo e funzionale rispetto all’inseguire l’ultima moda (59%). La ricerca di un equilibrio che garantisca un look adatto e originale rimane comunque fattore di soddisfazione.

La sostenibilità passa per i Designer Outlet 

Anche nella moda e nello shopping si afferma in modo piuttosto evidente un richiamo ai temi di sostenibilità. L’acquisto di collezioni precedenti e di seconda mano è un mezzo per ridurre l’impatto ambientale (45%), e l’attenzione alla composizione dei materiali è elevata (38%). L’attenzione alla sostenibilità è rilevante in generale, e si rivolge anche alla seconda vita delle collezioni proposte dei Designer Outlet, a cui oltre ai prezzi vantaggiosi, viene riconosciuto in misura significativa un posizionamento vicino ai temi della sostenibilità (4%). In ogni caso, il negozio fisico rimane centrale come luogo esperienziale dove potere toccare con mano il prodotto, Ma soprattutto, premiarsi con la disponibilità immediata del capo.

Natural Chic e Minimalista vs New Romantic

Tra gli stili, quelli che piacciono di più e che si ritengono più adatti a sé sono Natural Chic (51%) e Minimalista (40%). La donna conferma la preferenza per il Natural Chic, mentre l’uomo tende ad apprezzare di più lo stile Street Active, insieme alla GenZ, che si sbilancia esprimendo una preferenza maggiore per stili quali Femme Fatale e Material Girl/Rocker. Andando oltre il proprio gradimento personale, gli stili che secondo gli italiani meglio interpretano la rappresentazione comune della moda contemporanea sono lo Street Active e il Natural Chic. Particolarmente d’accordo con questa tendenza i giovanissimi della GenZ, che citano tra gli stili più rappresentativi anche il Minimalista, andando invece e sminuire il ruolo del New Romantic/Dandy, più citato da Millennials e GenX.

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Sindrome post-vacanze: quando il rientro al lavoro è stressante

Per 9 lavoratori su 10 rientrare in ufficio dopo le ferie ha un impatto negativo sul benessere. Secondo un’indagine condotta da The Adecco Group, il 46% sperimenta questo disagio per quasi una settimana, mentre per quasi 1 lavoratore su 5 (19%) i sintomi persistono per un periodo ancora più prolungato. Per il restante 25%, invece, il disagio si attenua entro 1 o 2 giorni dal rientro.
Se le vacanze estive rappresentano per la maggior parte degli italiani un’occasione per staccare dalla routine quotidiana, dedicandosi al relax, senza obblighi né orari, il rientro al lavoro dopo le ferie può infatti risultare complesso e faticoso. E può causare addirittura la cosiddetta ‘sindrome post-vacanze’.
Al fine di evitare questo disturbo, Lidia Molinari, People Advisor Director di Adecco, propone alcuni suggerimenti per prepararsi a un rientro al lavoro senza stress.

Anticipare la routine

Anzitutto, riprendere la propria routine con anticipo. Chi, ad esempio, ha approfittato delle vacanze per fare un viaggio dovrebbe programmare il rientro a casa alcuni giorni prima di tornare in ufficio.
Avere tempo per adattarsi nuovamente alla routine permetterà di potersi riposare, sistemare le incombenze personali, mettere in ordine la casa, riprendendo il ritmo per affrontare al meglio le giornate lavorative. Se poi durante le vacanze si sono modificati gli orari abituali, sarà importante ripristinare gradualmente i cicli sonno-veglia. Questo aiuterà ad abituarsi al ritmo di lavoro senza vivere un cambio repentino. Inoltre, una volta ricominciata la routine quotidiana, alzarsi prima del solito per andare in ufficio permetterà di avere più tempo per affrontare la giornata senza fretta e senza ansie.

Pianificare il carico di lavoro con le giuste priorità

Una volta ritornati al lavoro, durante i primi giorni il consiglio è di concentrarsi su compiti più leggeri e meno impegnativi, in modo da rientrare gradualmente nel ‘trantran’ lavorativo senza sentirsi sopraffatti dal carico di lavoro. Organizzare le proprie giornate, stabilire obiettivi realistici e dare priorità alle attività permetterà di tenere sotto controllo l’ansia evitando di sentirsi sotto pressione per il carico di lavoro accumulato. Fondamentale, inoltre, ricordarsi di concedersi momenti di riposo, assicurandosi pause regolari. Questo aiuterà a rilassarsi, ricaricare le energie e ridurre lo stress accumulato.

Iniziare un nuovo progetto e sviluppare nuove competenze

Riprendere il dialogo con i propri colleghi e con il proprio responsabile permetterà di allinearsi sui vari progetti e compiti lasciati in sospeso durante le ferie, evitando sorprese e contenendo i livelli di ansia. Al contempo, continuare a nutrire le relazioni con i collaboratori aiuterà a migliorare l’umore, l’entusiasmo e la motivazione per il proprio lavoro. Anche iniziare un progetto personale o professionale in grado di entusiasmare renderà la routine più sopportabile, e favorirà lo sviluppo di nuove abilità. Come, ad esempio, iscriversi a lezioni di cucina, imparare a suonare uno strumento, o intraprendere corsi di formazione professionale ad hoc.

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