Open post

Vacanze: nel 2023 quasi 9 milioni di italiani non partiranno

Quest’anno tanti italiani non potranno permettersi di andare in vacanza. Il motivo principale è legato alla scarsa disponibilità economica. Secondo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, tra chi ancora è indeciso e chi già è sicuro di non fare le valigie, sono infatti quasi 9 milioni gli italiani che come motivo delle mancate ferie indicano i problemi economici. Soprattutto gli appartenenti alla fascia anagrafica 35-44 anni. tra loro, il 64,3% (1,6 milioni) resterà appunto a casa per motivi economici. Per il 59,5% di chi non partirà per ragioni economiche (oltre 5 milioni) a incidere è l’aumento generalizzato dei prezzi. Dato che raggiunge il 69,4% tra i 45-54enni. In pratica, quasi 7 italiani su 10 in questa fascia di età rinunceranno alle vacanze perché in difficoltà.

Costi legati ai viaggi, imprevisti, perdita del lavoro

A livello territoriale, invece, sono gli abitanti del Sud Italia (59,1%) e delle Isole (60%) coloro che in percentuale rinunceranno in misura maggiore alla partenza a causa di difficoltà economiche.
Il 35,8% di chi resterà a casa per ragioni economiche, inoltre, rinuncerà a causa degli incrementi dei costi legati al viaggio, soprattutto i giovani. Più di uno su 2 (53,8%) appartenente alla fascia 18-24 anni ha dato questa motivazione. Il 26,4%, poi, si trova in una situazione di difficoltà economica a causa di un imprevisto (33,3% tra i 25-34enni e gli abitanti del Nord Est e delle Isole), mentre il 22,3% a seguito della perdita del proprio lavoro o di un membro della famiglia. La percentuale è più alta nel Nord Ovest (35,3%) e al 36,8% per gli intervistati di età compresa tra 55-64 anni.

C’è anche chi non ha ferie e chi deve accudire un anziano

Oltre alle motivazioni economiche, sono anche altre le ragioni per cui tanti italiani non si concederanno una vacanza. Il 17,2% (2,9 milioni) andrà in vacanza durante un altro periodo dell’anno, percentuale che sale al 19,4% tra i 25-34enni e al 23,3% tra i residenti nel Nord Est, arrivando al 32,7% per gli appartenenti alla fascia anagrafica 65-74 anni. Il 12%, invece, non avrà ferie, soprattutto i più giovani (18,2% 18-24enni e 27,8% 25-34enni), mentre l’11% non potrà partire perché deve accudire persone anziane. In questo caso sono principalmente coloro di età compresa tra 55-64 anni (19,7%).

Il Covid fa ancora paura

Il 9,5%, poi, non partirà per curare il proprio animale (13,3% tra i 45-54 anni e 14,3% nelle Isole). E più di 400mila staranno a casa per paura di contrarre il Covid.
Se a livello nazionale la percentuale di chi quest’anno sicuramente non partirà per le vacanze estive è pari al 16,9%, il dato arriva al 19,1% tra chi ha un’età compresa tra 45-54 anni, mentre a livello territoriale sono gli abitanti del Centro Italia (21%) coloro che rinunceranno in misura maggiore alle ferie. Tra coloro che non sanno ancora se partiranno o meno, oltre 9,3 milioni di connazionali (22%), i più indecisi sono i 65-74enni (27,2%) e i residenti nelle Isole, dove la percentuale raggiunge il 26%.

Open post

La Rivoluzione sostenibile è anche nella spesa: meno junk food più bio

Oggi gli italiani comprano il 10,5% in più di alimenti sostenibili certificati, il 7,5% in più di alimenti biologici e a km zero, e riducono i cibi pronti e confezionati del 5,2%. Quanto ai cosiddetti prodotti ‘junk food’, ovvero i cibi spazzatura, gli italiani nel carrello ne infilano il 4,4% in meno.
La conferma arriva dai risultati del rapporto ‘La (R)evoluzione sostenibile della filiera agroalimentare’, presentato durante il 7° forum dal titolo ‘La Roadmap del futuro per il Food&Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni’, organizzato da The European House-Ambrosetti.
Insomma, la spesa degli italiani diventa sempre più ‘sana’ e sostenibile. Il carrello del post-pandemia degli italiani punta infatti soprattutto sulla qualità della propria spesa alimentare.

Disposti a spendere di più se anche il packaging è sostenibile

Per il 73% dei consumatori un prodotto è sostenibile quando il suo processo di produzione è sostenibile. Subito dopo conta la sostenibilità del packaging (40,3%), e l’80% dei consumatori è disposto a spendere un po’ di più per acquistarlo. Oltre un terzo spenderebbe meno del 5% in più, mentre poco meno del 5% è disposto a spendere oltre il 30% in più. Secondo la ricerca, anche per le imprese un prodotto diventa sostenibile soprattutto nella sua fase di produzione: lo sostiene il 38,9% delle 500 aziende del settore Food&Beverage coinvolte. Ma per molte aziende (32,3%) è invece l’alta qualità delle materie prime il fattore principale di sostenibilità. Di fatto, nei piani dei prossimi 3-5 anni le aziende dichiarano di voler dedicare maggiore attenzione soprattutto alla sostenibilità della produzione (12,7%) e alla riduzione degli sprechi (13,7%).

Attenzione allo spreco e al benessere

“L’adozione di comportamenti più sostenibili nel carrello della spesa può anche essere un efficace contrasto all’attuale rincaro dei prezzi agroalimentari – ha spiegato Benedetta Brioschi, Associate Partner e Responsabile Food&Retail, The European House-Ambrosetti -. I consumatori italiani si comportano in base alle rispettive disponibilità economiche: le famiglie meno abbienti si sono orientate verso la riduzione degli sprechi alimentari nel 17,4% dei casi, quelle famiglie più abbienti, invece, acquistano maggiormente prodotti che possano salvaguardare il proprio benessere nel 33,3% dei casi”.

In pochi però seguono la dieta mediterranea

“Le abitudini d’acquisto stanno cambiando con una graduale e maggiore attenzione ai temi della salute – ha aggiunto Benedetta Brioschi -, ma nel Paese bisogna ancora lavorare sugli aspetti culturali: solo il 17,3% dei cittadini sa che la dieta mediterranea prescrive il consumo di almeno 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura. E solo il 5% mette in pratica questi dettami, anche se siamo i primi esportatori di alcuni prodotti alla base di questo tipo di alimentazione”.

Open post

Dove ci si sposa di più in Italia nel 2023? A Napoli, Roma e Milano

Quali sono le città italiane in cui si respirerà più aria di fiori d’arancio nel 2023? La stagione nuziale è alle porte, e ogni città italiana si sta preparando a ospitare un elevato numero di celebrazioni. Le coppie italiane sono quindi alle prese con l’organizzazione e la definizione degli ultimi dettagli per rendere indimenticabile il loro grande Sì. E per questa occasione, Matrimonio.com, portale del settore nuziale in Italia e parte del gruppo The Knot Worldwide, ha stilato la classifica delle 10 città italiane che si preparano a celebrare più nozze nel 2023. Secondo la Top 10 basata sulle coppie iscritte a Matrimonio.com, il primo posto spetta a Napoli, con il 7,9% di matrimoni previsti nel 2023, seguita sul podio da Roma (7,3%) e Milano (4,4%).

Matrimoni: +5% rispetto al 2019

Il 2023 sarà un anno molto positivo per i matrimoni, in cui è previsto un aumento del 5% rispetto al 2019, l’ultimo anno di ‘normale attività’ del settore prima della pandemia. E al 4° posto della Top 10 delle città con più matrimoni si posiziona Palermo (3,4%), a cui seguono Bari (3,3%), Torino (3,1%) e Catania (2,6%). All’8° un’altra città del Sud, questa volta campana, Salerno (2,3%), così come la città al 9° posto, Caserta (1,9%). Chiude la classifica la lombarda Brescia (1,8%). Da Nord a Sud, seguono anche altre città, come Bergamo (1,7%), Lecce (1,6%), Firenze (1,5%) e Verona (1,4%).

Le date top dei fiori d’arancio: 24 giugno e 9 settembre

L’estate rimane, senza dubbio, la stagione preferita dalle coppie italiane per sposarsi. Ecco che infatti nella Top 5 dei mesi preferiti per le nozze di quest’anno le coppie eleggono giugno (24,8%), poi settembre (24,5%), luglio (14,9%), maggio (13,4%) e agosto (7,7%). Quanto ai giorni più gettonati dagli sposi di Matrimonio.com, sono in particolare il 9 settembre (3,7%), il 24 giugno (3,7%), il 2 settembre (3.5%) il 10 giugno (3,4%) e il 3 giugno (3,2%). Tutte date che cadono il sabato.

Un aiuto a organizzare il giorno più felice della propria vita

Matrimonio.com è un portale parte del gruppo di riferimento del settore nuziale, The Knot Worldwide, pensato per aiutare gli sposi a organizzare il giorno più felice della loro vita. Grazie alla sua presenza internazionale ha creato la community nuziale e il mercato virtuale di nozze su Internet più grandi a livello mondiale. Dispone di un database con oltre 700.000 professionisti del settore nuziale, e offre alle coppie strumenti per preparare la lista di invitati, gestire il budget, trovare fornitori, e tanto altro ancora.

Open post

Perchè le emoji sono sempre più utilizzate anche in ambito lavorativo?

Secondo un sondaggio condotto da Skebby.it su un campione rappresentativo di mille individui, il 42% delle persone utilizza le emoji anche nelle comunicazioni di lavoro. Le emoji, nate alla fine del secolo scorso per i primi clienti di telefonia mobile giapponesi, sono diventate sempre più popolari grazie all’uso diffuso degli smartphone e dei social media. Inizialmente utilizzate per esprimere emozioni e stati d’animo nelle conversazioni con amici o familiari, le emoji hanno travalicato i confini del ligure. Oggi infatti hanno guadagnato un posto di rilievo anche nelle conversazioni di lavoro. Il sondaggio ha rilevato che il 3% degli intervistati utilizza le emoji anche nelle e-mail inviate ai clienti e ai partner commerciali.

Il successo delle emoji va di pari passo con quello del mobile messaging

La crescente popolarità delle emoji nel mondo professionale non sorprende, dato che il mobile messaging sta diventando sempre più importante per la comunicazione efficiente tra colleghi, clienti e fornitori. Inoltre, gli SMS stanno vivendo una seconda giovinezza nel mondo del business, dove vengono impiegati per inviare promemoria di appuntamenti, conferme di spedizioni, password temporanee, comunicazioni di marketing e altro ancora. Anche in questi contesti, le emoji possono essere utili per rendere i messaggi più coinvolgenti ed efficaci. Tuttavia alcuni ritengono che le emoji in ambito lavorativo possano essere poco professionali e che soprattutto possano causare malintesi. È quindi importante fare attenzione a come si utilizzano le emoji e ad assicurarsi che siano appropriate per il contesto e la persona con cui si sta comunicando. 

Immancabili nelle conversazioni private

Non sorprende che le emoji siano ancora più popolari nelle conversazioni private. Il sondaggio fa emergere che sia ben il 77% del campione ad avvalersene nelle conversazioni con la famiglia e addirittura l’84% nelle comunicazioni con gli amici. Soltanto il 7% degli intervistati ha dichiarato di non utilizzare mai le emoji. 

Le emoji sono diventate una parte essenziale della comunicazione moderna

Domitilla Cortelletti, Marketing Manager di Skebby.it,  piattaforma che offre servizi professionali di mobile marketing & service, ha commentato: “Le emoji sono diventate una parte essenziale della comunicazione moderna, e non sorprende che abbiano trovato un posto anche nelle conversazioni di lavoro. Inoltre, grazie alla loro capacità di rendere i messaggi più coinvolgenti ed efficaci, le emoji possono essere utilizzate anche in contesti commerciali per migliorare la comunicazione con i clienti e i partner commerciali”.

Open post

Gli italiani mangiano bene, ma fanno poca attività fisica

Nella cultura italiana della cucina il pasto è un momento importante. Di fatto, dall’ultimo sondaggio Ipsos condotto in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, per due persone su cinque il pasto rappresenta un momento di convivialità e condivisione, e un altro 20% lo descrive come un momento gioioso e felice della giornata. Sul lato alimentazione, italiani e italiane adottano uno stile piuttosto equilibrato, ma nonostante si rilevi un’alimentazione sommariamente corretta da parte di tutte le fasce di età, la situazione è peggiore in tema di attività fisica: 2 persone su 5 dichiarano infatti di fare attività fisica raramente durante la settimana.

No a cibo spazzatura, sì a frutta e verdura

Di contro, durante la settimana, a malapena una persona su dieci consuma junk-food/cibo preconfezionato con scarsi valori nutrizionali e alto contenuto calorico, un 25% che dichiara di mangiarlo solo qualche volta al mese e un altro 20% dichiara di mangiarlo raramente. Più frequente risulta il consumo di frutta e verdura. Una persona su due dichiara di mangiare verdura/ortaggi almeno una volta al giorno, e un terzo almeno qualche volta a settimana. I Millenials risultano ‘meno’ inclini al suo alto consumo (solo il 34% dichiara di mangiarla almeno una volta al giorno). Allo stesso modo, due persone su tre dichiarano di mangiare una porzione di frutta almeno una volta al giorno. I Millenials mostrano un consumo giornaliero più basso (36%), seguiti dalla Generazione Z (39%).

Lo sport, questo semi sconosciuto

Il quadro cambia sul versante dell’attività fisica. In particolare, due persone su cinque affermano di muoversi a piedi, mentre quasi una su due usa la macchina per spostarsi. Invece, i mezzi pubblici (4%) e la bicicletta (6%) non sembrano essere i mezzi preferiti per gli spostamenti. E tutti gli aspetti positivi inerenti all’alimentazione perdono di significatività quando si arriva a parlare di attività fisica sportiva. Risulta, infatti, che più di due persone su cinque pratichino raramente attività sportiva e solo una su cinque afferma di farla due/tre volte alla settimana.

La consapevolezza è solo alimentare

Si può affermare, quindi, che probabilmente in Italia vi è consapevolezza dell’importanza di un’alimentazione corretta. Si tratta di una consapevolezza proveniente, presumibilmente, dalla nostra storia culinaria e dal nostro rapporto stretto con la cucina, ma che può portare con sé una difficoltà maggiore nell’ammettere di non riuscire a seguire una dieta sana. Di fatto, tra coloro che si dichiarano in sovrappeso, il 50% afferma di non praticare attività sportiva anche se le abitudini alimentari risultano sommariamente equilibrate. Forse, allora, è arrivato il momento di iniziare a portare più al centro dell’attenzione l’importanza che l’attività fisica e sportiva gioca nella nostra salute.

Open post

Nel 2023 cibo e salute guidano i consumi degli italiani

Nel 2023 i consumatori italiani rinunceranno al superfluo per garantirsi l’essenziale, con cibo e salute in cima alla lista delle priorità. Secondo i risultati di due survey condotte a dicembre 2022 dall’Ufficio Studi Coop, gli italiani si affacciano sul nuovo anno con una inattesa tempra emotiva. Se nel 33% dei casi nei confronti del 2023 mostrano timore, e nel 22% inquietudine, prevalgono fiducia (39%) e aspettativa (38%). Inoltre, nel complesso gli italiani mostrano un senso di accettazione della realtà (28%) e serenità interiore (34%). Circa un italiano su due nel 2023 spera di mantenere stabili le spese familiari, ma il 45% conta di spendere di più per le bollette, e il 32% per cibo e bevande, rinunciando all’outdoor, ai viaggi e alla convivialità.

Diete più sobrie, salutari, “zero waste” e “no frills”

Per far fronte all’aumento dei prezzi l’80% cambierà le abitudini alimentari orientandosi verso diete più salutari e meatless, più sobrie e certamente ‘zero waste’ e ‘no frills’.  Malgrado tutto, il 26% del campione continua a vedere l’anno appena iniziato con speranza, e rispetto a quattro mesi fa la fiducia è salita del 12%. Tuttavia gli ultimi anni, e in particolare gli ultimi mesi, hanno lasciato ferite profonde: il 18% delle famiglie nel 2022 ha dovuto far fronte a un permanente disagio alimentare (circa 9 milioni) e un italiano su quattro teme la vera povertà per il 2023.

Maggiore cura di sé e fuga dal fast food

Intimoriscono soprattutto gli imprevisti, con il 66% del campione che non saprebbe come far fronte a una spesa improvvisa e non rimandabile. Il 70%, poi, se disponesse all’improvviso di 10mila euro, non esiterebbe a dirottarli nel salvadanaio. In generale si punta ad adottare un lento lifestyle concentrandosi sulla cura di sé (29%), cucinare in casa (29%) e fuga dal fast food (15%).
Quanto ai consumi, il ritorno alle spese essenziali andrà a scapito di ristoranti e locali, spettacoli e cultura (rispettivamente 32% e 26%). E per i beni durevoli si pensa a cambiare gli elettrodomestici, ma si rinvia l’acquisto della nuova auto, e il 67% pensa a una ristrutturazione dell’abitazione.

Preoccupano i risultati economici della filiera alimentare

Il sondaggio rileva inoltre che grazie soprattutto alla parziale riduzione dei prezzi del gas, il 2023 sarà un anno di stagnazione, ma non di decrescita, con un carovita ancora sostenuto, ma inferiore al 2022 (+6,1%). A preoccupare maggiormente sono però soprattutto i consumi e i risultati economici della filiera alimentare. L’inflazione dei beni alimentari lavorati, riporta Ansa, resterà elevata (+6,7% medio nel 2023 secondo i manager italiani del settore Food & Beverage), si ridurranno i volumi acquistati dalle famiglie nella Gdo (-0,9%), e si conferma il peggioramento della redditività delle imprese industriali, soprattutto distributive (lo teme il 66% dei manager del settore). Con conseguente calo degli investimenti (37%) e ricadute anche sul fronte occupazionale (27%).

Open post

Rapporto Censis: la comunicazione e i media in Italia nel 2022

Come è cambiata la dieta mediatica degli italiani? E quali sono i trend per la spesa in tecnologia? A queste e altre domande risponde il capitolo Comunicazione e media del 56° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2022. Se tra il 2007-2021 l’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici ha subito una flessione del -8,0%, l’acquisto di telefoni/equipaggiamento telefonico segna +572,0%, di cui quasi 7,9 miliardi di euro nel 2021. Inoltre, se la spesa per computer, audiovisivi, accessori cresce del +138,9%, quella per servizi di telefonia/traffico dati si assesta a -20,7%, e crolla quella per libri e giornali (-37,7%).

Più internet meno libri

L’80,2% degli italiani ha superato il digital divide, ma solo il 35,4% ha una dieta mediatica completa: al 44,8% mancano completamente i mezzi a stampa. Nel 2021 il numero degli italiani estranei ai mezzi a stampa raggiunge il 57,0%, frutto un notevole incremento dell’uso abituale di internet. Nel 2019 gli utenti internet erano il 37,3%, -7,5% rispetto al 2021. Quanto al press divide, il dato relativo ai giovani scende dal 65,4% del 2019 al 62,9% del 2021, ma è comunque altissimo. Sono però le classi d’età intermedie ad aver abbandonato maggiormente la lettura dei testi a stampa. Tra i più anziani si registra un leggero miglioramento: dal 53,7% al 52,9%.

Tecnologie digitali e pandemia

In pratica sono le fasce d’età più produttive ad allontanarsi maggiormente dall’abitudine alla lettura. Una tendenza registrata tra chi è meno istruito (dal 60,2% al 65,6%), mentre tra i più istruiti la percentuale scende dal 49,6% al 48,4%. Più della metà degli italiani ha apprezzato gli aspetti positivi offerti dalle tecnologie digitali durante la pandemia. Per il 58,6% i dispositivi digitali hanno permesso di provvedere alle proprie necessità, per il 55,3% hanno aiutato a mantenere le relazioni sociali, per il 55,2% hanno permesso di continuare a lavorare/studiare, e il 52,9% ha potuto scoprire cose nuove e inaspettate. 

C’è chi vorrebbe staccare la spina

Il 52,8%, però, si sente stanco dell’uso continuo dei dispositivi digitali e vorrebbe ‘staccare la spina’. Per il 32,2% fanno perdere troppo tempo, il 31,5% avverte il bisogno di connettersi continuamente, e il 22,8% dichiara di non riuscire a disconnettersi mai. Se nel 2016 il 21,6% degli italiani riteneva che le nuove tecnologie potessero creare nuova occupazione, nel 2021 la percentuale arriva al 30,7%, superando il 30,5% di quanti le ritengono invece in grado di distruggere occupazione. Diminuisce anche la quota di chi le ritiene indifferenti (dal 46,0% al 38,8%), inducendo a pensare che sia stata la maggiore confidenza con questi strumenti a determinare un aumento dell’ottimismo nei loro confronti.

Open post

L’eccesso di social media? Può portare alla depressione

Sono parole forti quelle usate nello studio recentemente pubblicato su Journal of Affective Disorders Reports: un utilizzo eccessivo di social media potrebbe portare alla depressione. La ricerca afferma, senza girarci intorno, che “i giovani adulti che utilizzano più social media hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare depressione entro sei mesi, indipendentemente dal tipo di personalità”.
 “Precedenti ricerche hanno collegato lo sviluppo della depressione a numerosi fattori”, spiegano gli autori, studiosi dell’Università dell’Arkansas. “Tuttavia, la letteratura è carente di studi incentrati su come le varie caratteristiche della personalità possano interagire con l’uso dei social media e la depressione”. 

Oltre 1.000 giovani americani coinvolti nella ricerca

La ricerca ha coinvolto oltre 1.000 adulti statunitensi di età compresa tra i 18 e i 30 anni, con dati raccolti dal 2018.  La depressione è stata misurata utilizzando il Patient Health Questionnaire. Per quanto riguarda l’utilizzo dei social media, ai partecipanti all’indagine è stato chiesto per quanto tempo giornalmente utilizzassero le piattaforme social. La personalità e lo stato psicologico sono stati giudicati con il Big Five Inventory, che ha valutato l’apertura, la coscienziosità, l’estroversione, la gradevolezza e il nevroticismo.
In sintesi, gli autori suggeriscono che un confronto social problematico o conflittuale può aumentare i sentimenti negativi su se stessi e sugli altri, il che potrebbe spiegare come il rischio di depressione aumenti con un maggiore utilizzo dei social media. Seguire in particolare contenuti negativi può anche accrescere tali sentimenti. Infine, utilizzare molto i social media riduce le opportunità di interazioni e attività di persona fuori casa.
La depressione è stata considerata la principale causa di disabilità e mortalità in tutto il mondo. Ciò rende questi risultati ancora più significativi per la creazione di interventi sanitari e azioni di prevenzione.
“I risultati di questo studio sono importanti in un periodo di espansione e integrazione tecnologica”, hanno affermato i ricercatori. “Connettersi virtualmente con le persone può aumentare il rischio di problemi di comunicazione, o dare adito a forme errate di percezione, che portano inevitabilmente a difficoltà relazionali e al potenziale pericolo di sviluppare problemi di salute mentale”.

Bisogno di empatia e di gentilezza

“Le persone hanno bisogni emotivi innati per le relazioni sociali”, hanno spiegato gli studiosi. “Ad esempio, le esperienze sui social media possono essere migliorate acquisendo una maggiore consapevolezza di quello che sono le nostre emozioni e i nostri rapporti con gli altri in varie circostanze della vita. Nonostante le nostre differenze, abbiamo la capacità di creare una cultura di empatia e gentilezza”.

Open post

Moda etica: le aziende sopravvalutano il loro impegno green

Quali sono le pratiche rilevanti in ambito sostenibilità per un brand di moda? Lo spiega Cikis nel suo Report Moda e Sostenibilità 2022, che raccoglie insight qualitativi e dati strutturati di 48 brand e 47 aziende della filiera italiana della moda con fatturato superiore a 1 milione di euro. Dall’analisi emerge però che oggi fare la raccolta differenziata e cambiare packaging non è più sufficiente. Sono pratiche che se non associate ad altri cambiamenti hanno poco peso sull’impatto ambientale e sociale complessivo. Se infatti da un lato aumentano le aziende di moda che investono in scelte green, dall’altro nel 2022 diminuiscono del -15,2% quelle che si trovano a un livello avanzato di sostenibilità. 

Una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali

Inizia a emergere una parziale consapevolezza sull’importanza della scelta dei materiali: il 48% delle aziende dichiara di aver introdotto o incrementato l’utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale o che tutelano i diritti sociali, ma solo il 16,8% li ha integrati per più del 75% sulla collezione totale, e il 47,4% li ha introdotti per meno del 25%. Ancora poco sentita poi è l’importanza dell’economia circolare, citata come priorità solo dal 7,4% delle aziende, e pochissime (2%) investono in compensazione delle emissioni. Se però si parla di tutela dei lavoratori e welfare aziendale la sensibilità è in aumento. Gli investimenti in ambito sociale salgono al 40% (+66,7% rispetto al 2021).

Una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità

Il 60% delle aziende però ha una percezione sbagliata del proprio livello di sostenibilità, e il 22,1% si sopravvaluta. Se l’autovalutazione media delle aziende di livello base sul proprio operato green nel 2021 si attestava a 4,5 punti su 10, quest’anno è salita a 6 su 10. Per queste aziende c’è un alto rischio greenwashing, dovuto appunto alla sopravvalutazione della rilevanza delle pratiche implementate. Un esempio virtuoso è invece rappresentato dalle grandi aziende, che registrano una maggiore percentuale di pratiche rilevanti per via di maggiori disponibilità finanziarie e filiere molto più complesse. In queste aziende infatti è presente un team dedicato alla transizione sostenibile, in grado di gestire un numero maggiore di pratiche sostenibili e con maggiore efficacia.

Investire green genera un ritorno positivo

Il 63% delle aziende dichiara che le scelte green sono state un investimento che ha generato un ritorno positivo. Di queste, il 59% ha ottenuto il ritorno economico entro tre anni dall’implementazione delle nuove norme. La percentuale di aziende che dichiara un ritorno positivo aumenta drasticamente fra quelle che hanno scelto di rivolgersi a esperti e consulenti di sostenibilità: avere accesso a competenze esterne permette di ottenere con maggiore probabilità benefici economici, o di immagine, che superano l’investimento effettuato. L’81% delle aziende che si sono affidate a consulenti esterni ha infatti ottenuto un ritorno positivo dell’investimento, riuscendo anche a raggiungere alti livelli di sostenibilità con maggiore facilità. Ma solo il 16,3% delle aziende che si affida a consulenti specializzati si trova a un livello base.

Open post

Ambiente, Italia virtuosa: gli obiettivi 2030 sempre più vicini

Ci sono ottime indicazioni sul fatto che il nostro Paese possa centrare, se non addirittura migliorare, gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea previsti dal piano 2030. È quanto emerge da uno studio Enea pubblicato sulla rivista scientifica Atmosphere, che ha valutato l’efficacia delle politiche e delle misure per la qualità dell’aria, introdotte dall’attuale Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico del Ministero della Transizione Ecologica. Entro il prossimo decennio con le misure previste dal Piano, il nostro Paese potrà centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Unione europea per biossido di zolfo (-80% contro un target Ue del 71%), ossidi di azoto (-70%, target Ue 65%), PM2.5 (-42%, target Ue 40%), Composti Organici Volatili Non Metanici (-50% target Ue 46%) e ammoniaca (-17% target Ue 16%). In questo modo, si potranno garantire benefici in termini di salute (-50% di decessi rispetto al 2010) ed economici (33 miliardi di euro risparmiati rispetto allo stesso anno).

I settori che possono contribuire di più

Secondo l’analisi svolta dal team dell’Agenzia, al 2030 la riduzione delle emissioni di biossido di zolfo sarà trainata da alcuni comparti, in particolare quello marittimo (-89% rispetto ai valori del 2010) e della produzione di energia (-59%). È previsto un forte calo anche per le emissioni degli ossidi di azoto, soprattutto nel settore del trasporto su strada (-74%) e della generazione elettrica (-46%). Sul fronte del PM2.5, il settore che fornirà il maggiore contributo in termini di abbattimento delle emissioni di particolato ultrafine è il settore civile (-46%) che continuerà a mantenere il primato per tali emissioni al 2030. L’ammoniaca rimane l’inquinante con le riduzioni più basse (-9% rispetto ai valori del 2010), un risultato ottenuto soprattutto grazie al minore impiego di fertilizzanti a base di urea nel settore agricolo e delle emissioni zootecniche.

Un mondo più sano

Sul fronte della salute pubblica, l’adozione di politiche e misure di qualità dell’aria, con interventi nei settori energetico, civile, agricolo e della mobilità, potrebbe portare ad una drastica riduzione della mortalità causata da patologie aggravate o sviluppate per effetto dell’inquinamento dell’aria. In particolare, il calo delle concentrazioni di biossido di azoto potrebbe portare a una riduzione della mortalità rispetto al 2010 del 93% (793 casi rispetto agli 11.769 stimati nel 2010), a seguire il PM2.5 con il 41% di decessi in meno (34.666 casi rispetto ai 58.867 del 2010) e l’ozono (O3) con il 36% di morti evitate (1.725 casi rispetto 2.692 del 2010). “Interessante è il dato per il PM2.5: secondo le nostre simulazioni, al 2030 i decessi dovrebbero scendere a 4,43 casi ogni 10 mila abitanti rispetto ai 7,25 del 2010 e la riduzione più significativa, a livello regionale, si verificherebbe soprattutto nella Pianura Padana e nelle aree urbane di Firenze, Roma e Napoli” afferma Ilaria D’Elia, ricercatrice del laboratorio Enea Inquinamento Atmosferico e co-autrice dello studio.

Posts navigation

1 2 3 4 5 6 7
Scroll to top